La Fiom si rimangia le proteste al battesimo delle navi Costa

«Mai pensato di bloccare la consegna di una nave. Il varo è un momento di festa per i lavoratori che quella nave, dopo tutto, l’hanno costruita»: così parla Franco Grondona, segretario dei metalmeccanici della Fiom di Genova, di quella sigla sindacale cioè che non ha messo la firma in calce al contratto integrativo di Fincantieri sottoscritto invece dai «cugini» della Fim Cisl e Uilm Uil. Grondona ci tiene a stemperare i toni, a mostrarsi sereno e razionale, perfino bonario, tutto il contrario di come è stato dipinto in questi mesi di trattativa (e di scontro) con l’azienda cantieristica, lui che passa per duro, intransigente, addirittura comunista e rivoluzionario. Non sia mai! Tanto che ci scherza su, Grondona, alla vigilia del doppio appuntamento - la cerimonia di consegna di Costa Pacifica domani a Sestri Ponente, e il doppio battesimo di Costa Luminosa e della stessa Pacifica il 5 giugno - che sembrava rimesso in discussione per il rischio di clamorose manifestazioni di protesta dei sindacati (il 30 aprile scorso Fincantieri aveva annullato l’analoga cerimonia a Marghera per la consegna di Costa Luminosa proprio per il timore di proteste da parte della Fiom). «Mai detto - ribadisce Grondona - che chi non firma pensa alla rivoluzione socialista. Io ci penso, ma questo non vuol dire...».
Battute sindacalmente corrette che fanno parte del bagaglio di un politico consumato, piuttosto che di un rappresentante dei lavoratori barricadero. Grondona, si capisce, vuole passare da vincitore anche se si rende perfettamente conto che tirare troppo la cima può essere controproducente per tutti. E allora promette di non boicottare nulla, «non faremo neanche un volantinaggio». Ma sia chiaro che «l’accordo separato è incomprensibile, è una dimostrazione di superficialità. Fincantieri deve rendersi conto che il problema vero, di questi tempi, è la prospettiva di cassa integrazione» che potrà interessare a settembre - sostiene «Radio fante» - un centinaio di dipendenti, e a dicembre altri 250. C’è una sola nave, la Oceania, in costruzione, poi basta. E in mancanza di commesse non resta che il ricorso agli ammortizzatori sociali. Senza contare i 1000 lavoratori delle ditte dell’indotto che verranno lasciati a casa a gennaio senza possibilità di «cassa», in aggiunta ai 1.500 già disoccupati dall’inizio dell’anno. Ci sarebbe tutto da guadagnare se finisse lo scontro muro contro muro e si raccogliesse l’appello lanciato dall’amministratore delegato della società cantieristica, Giuseppe Bono: «Di fronte al calo degli ordini e alla crisi economica - insisteva Bono -, dobbiamo rimboccarci le maniche e remare tutti insieme, azienda, sindacati e lavoratori, per la ripresa». La Fiom, ora, mostra un’apertura significativa. «Questo non significa che non ci sia un contenzioso», precisa in ogni caso Grondona. E aggiunge: «Forse si faranno una o due ore di sciopero il 5 giugno, all’interno dello stabilimento, non per rovinare la festa, ma per rimarcare il fatto che l’accordo poteva essere migliorato e soprattutto che c’è un problema di carichi di lavoro». Un problema che la Fiom intende sottoporre formalmente all’attenzione del prefetto per chiedere un intervento della magistratura. Magari, per non passare da buonisti a oltranza.