«Fiorani aveva carta bianca»

Domenico Zucchetti: «Con il dissequestro delle azioni avremo 5 miliardi di liquidità»

Silvio Boschi

da Milano

Si chiude definitivamente il capitolo Bpi-Antonveneta. La firma ufficiale per il passaggio del 29,4% della banca padovana ad Abn Amro dovrebbe essere imminente.
I cittadini, supporter e azionisti della banca, vivono questo momento con sentimenti divergenti; preoccupazione e rassegnazione, ma anche incredulità per le accuse a Fiorani, e in alcuni casi rabbia per gli attacchi mediatici. «In generale c’è molta delusione, anche perché l’operazione di integrazione con Antonveneta, considerato l’ulteriore trampolino di lancio per la banca, non è andato in porto», spiega Domenico Zucchetti, presidente della Zucchetti spa, una delle aziende più importanti nel territorio, e membro da tanti anni del consiglio di amministrazione della Banca Popolare di Lodi, ora Bpi.
Dottor Zucchetti, solo 3 mesi fa eravate pronti a sfidare Amsterdam, ora indiscrezioni di stampa parlano addirittura di difficoltà finanziarie?
«I comunicati sono chiari. La banca, grazie al successo dell’ultimo aumento di capitale da 1,5 miliardi, dispone di un patrimonio netto consolidato di oltre 4 miliardi e si posiziona al settimo posto come livello di patrimonializzazione. Quando arriverà il dissequestro delle azioni Antonveneta la liquidità disponibile sarà di quasi 5 miliardi che l’istituto potrà utilizzare per andare avanti sulla propria strada».
Avete considerato il fatto che la procura potrebbe però congelare la plusvalenza messa a segno con la vendita del pacchetto di Abn Amro?
«Non è ancora precisato, non si tratta comunque di cifre particolarmente rilevanti, soprattutto se fossero al netto delle commissioni e delle consulenze. Di certo, la situazione patrimoniale non cambierebbe in maniera significativa».
Gianpiero Fiorani, l’uomo che ha portato la Lodi da piccola banca di provincia alla top 10 in Italia, ha lasciato dopo che la procura ha avanzato delle accuse sulla sua gestione. Ora anche il consiglio ha dato mandato per valutare se ci sono i presupposti per un’azione legale nei suoi confronti, eppure avete sempre appoggiato la sua linea di sviluppo, non è vero?
«Fiorani era sicuramente l’anima della banca. Con gli anni era riuscito ad accentrare molto potere. La fiducia e la stima di cui godeva erano quasi unanimi, considerati i risultati raggiunti e la sua indiscussa competenza e straordinaria capacità lavorativa. Molte operazioni sono state decise solo da lui, dal consiglio aveva praticamente carta bianca. Se però ci sono state dei comportamenti scorretti da parte dell’amministratore, o di altri, sarà la procura a doverlo provare e a quel punto chiunque abbia sbagliato dovrà assumersi le proprie responsabilità. Ora per la banca è necessario fare chiarezza al più presto e ripartire vigilando al meglio su quanto accade ai vertici per tutelare i propri interessi e quelli di oltre 200mila azionisti».
Quale futuro per la Bpi adesso?
«La fiducia dei correntisti e dei clienti resta sempre altissima, nonostante il bombardamento mediatico. Le potenzialità del gruppo interessano a tanti rivali. Certo per il futuro molto dipenderà dagli organi di vigilanza. Il cda ha già deciso che verrà nominato un nuovo direttore generale esterno; speriamo si riesca a trovare una persona di notevole esperienza gradito agli organi preposti e al mercato. La banca ha poi radici solide e ottime potenzialità, si potrà migliorare la trasparenza esterna e interna, i servizi e la qualità generale dell’organizzazione. Personalmente penso poi si debba lavorare per aumentare la redditività della banca al fine di dare un ritorno soddisfacente agli azionisti e migliorare l’appeal in Borsa, visto che in passato la politica di espansione ha penalizzato il corso del titolo».
Dunque, a Lodi sono finiti i sogni di gloria?
«Penso che la banca funzionerà benissimo in futuro. Nel territorio ci sono aziende che sono casi di eccellenza, come l’Erbolario nella cosmesi, Icr per i profumi, o Ferrari Giovanni per l’industria casearia».
E poi la Zucchetti con oltre 1.500 dipendenti...
«Il nostro gruppo opera nell’informatica con diversi prodotti, dal software per professionisti ai programmi di gestione, fino ai rilevatori di presenza, segmento che sta crescendo con grande successo non solo in Italia, ma anche in Europa. Continuiamo a svilupparci gradualmente e quest’anno dovremmo superare i 160 milioni di euro di fatturato».
A Piazza Affari c’è carenza di titoli high-tech, soprattutto nel software, non pensa a uno sbarco sul listino?
«In Borsa bisogna andarci per motivi precisi. Il gruppo riesce a crescere con le proprie risorse e a portare avanti uno sviluppo graduale anche a livello internazionale. La crescita per linee esterne nel nostro settore non sempre porta le sinergie sperate».