Fiorani indagato a Lodi per falso in bilancio

Enrico Lagattolla

da Milano

Un altro scacco al «signore» delle scalate. E, questa volta, nel suo regno. Gianpiero Fiorani, l’ex amministratore delegato della Banca Popolare Italiana indagato a Milano per associazione per delinquere finalizzata all’aggiotaggio, all’appropriazione indebita e ostacolo alla vigilanza in relazione alla vicenda Antonveneta, finisce nel registro degli indagati della Procura di Lodi. Falso in bilancio, l’ipotesi di reato.
Un’inchiesta che passa al setaccio i documenti dell’istituto lodigiano a partire dal 2001, e che è stata avviata qualche settimana fa, in seguito a una segnalazione della Consob. In dicembre, infatti, l’istituto aveva impugnato il bilancio della Popolare italiana relativo al 2004. E, in base all’articolo 157 del testo sulla finanza, la Commissione nazionale per le società e la borsa aveva segnalato al Tribunale civile le anomalie legate alla stesura del consuntivo annuale.
Ma non è la prima volta che l’autorità di vigilanza interviene nei confronti dell’istituto lodigiano. È accaduto anche in occasione dell’acquisizione da parte di Bpi (allora Popolare di Lodi) della Banca Popolare di Crema, episodio che ha suscitato l’interesse della procura milanese. Già allora, infatti, la Consob fece una segnalazione ai magistrati lodigiani, sollevando dubbi sulla trasparenza di quell’operazione, conclusasi con il placet di Bankitalia. Ma i Pm decisero per l’archiviazione.
Un’indagine, quella della procura lodigiana, ancora alle prime battute. Ma che, con ogni probabilità, finirà per coinvolgere quanti in Bpi presero parte all’approvazione di quei bilanci. Dunque, oltre all’amministratore delegato, anche i membri del consiglio d’amministrazione (che ieri hanno lasciato l’incarico, in vista dell’assemblea del prossimo 28 gennaio chiamata ad eleggere il nuovo Cda), il collegio sindacale e dei revisori.
Sul fronte milanese dell’inchiesta, intanto, si registra un segnale di rilievo. I pubblici ministeri Francesco Greco, Eugenio Fusco e Giulia Perrotti, infatti, hanno dato parere favorevole all’istanza di scarcerazione, con la concessione degli arresti domiciliari, presentata al giudice per le indagini preliminari, Clementina Forleo, dai legali di Fabio Massimo Conti, il finanziere italo-svizzero gestore assieme a Paolo Marmont del fondo «Victoria & Eagle», su cui secondo gli inquirenti sarebbero transitati i proventi delle attività illecite del «sistema-Fiorani».
Conti, che come Fiorani e il braccio destro Gianfranco Boni (ex direttore generale di Bpi) si trova nel carcere milanese di San Vittore dal 13 dicembre scorso, era stato sentito dai magistrati in tre diverse occasioni. L’atteggiamento collaborativo che avrebbe tenuto nel corso di quegli interrogatori, quindi, ha persuaso i Pm sulla possibilità di concedere una misura di custodia cautelare meno restrittiva. Ma il parere definitivo spetterà al gip Forleo, che in proposito si pronuncerà oggi o, al massimo, lunedì prossimo.
Ad alleggerire la posizione di Conti, inoltre, ci sarebbero i documenti che la Procura milanese ha potuto acquisire in seguito alla recente collaborazione instaurata con la magistratura elvetica, e che dovrebbero chiarire ulteriormente struttura e finalità delle società off-shore create dal banchiere lodigiano e dai suoi sodali.
Un tassello, dunque, sembra essere al suo posto. Ma le indagini proseguono. Ieri, una lunga riunione nell’ufficio del procuratore aggiunto Francesco Greco, per stabilirne i prossimi sviluppi. Restano da chiarire, infatti, se e quali legami esistano tra l’«associazione Fiorani» e i corridoi della politica, se il denaro che da Lodi (come da Brescia e da Bologna) è uscito, sia rimasto nel circuito della «finanza occulta» oppure, come sembra, sia arrivato a lambire la politica. Parlamentari o, magari, le casse di qualche partito.