Fiorani riempie i verbali dei pm: il pool allerta altri tre magistrati

Un filone delle indagini porta a Vittorio Casale, il padre del Bingo in Italia

Enrico Lagattolla

da Milano

Cinque interrogatori in poco più di due settimane, due soltanto negli ultimi due giorni. E nessuna intenzione di allentare la presa. Gianpiero Fiorani ancora sotto il torchio della Procura milanese, nel carcere di San Vittore. E, con lui, anche il braccio destro Gianfranco Boni e il finanziere italo-svizzero Fabio Massimo Conti, sentito ieri per quasi sei ore.
Questione di metodo. I pubblici ministeri Francesco Greco, Eugenio Fusco e Giulia Perrotti stanno accumulando dettagli. I detenuti cominciano a collaborare, dipanando una trama di interessi che sconfina dall’«isola lodigiana». Se tutto è nato dalla Popolare di Fiorani, non tutto sembra fermarsi nelle stanze dell’istituto.
Un carico di elementi sempre più consistente. Per questo, la Procura è orientata a gettare sul campo nuove forze, una volta che il materiale a disposizione sarà considerato sufficiente. Primo, allargando il pool di magistrati impegnati nell’indagine, con l’ingresso di tre nuovi pm ad affiancare Greco, Fusco e Perrotti. Secondo, organizzando il lavoro per ripartizioni, separando il capitolo di Antonveneta da quello sempre più probabile di Telecom, e da eventuali nuovi «rivoli» di indagine.
Come quello che conduce a Vittorio Casale, immobiliarista e «padre» del Bingo italiano, entrato in Fingruppo (principale socio di Hopa, la holding di Gnutti), con una quota (2%) rilevata dall’ex Bipielle, che la rivende meno di un mese più tardi a «Operae», società dello stesso Casale per la quale Unipol (che di «Operae» aveva acquistato delle quote) aveva aperto una linea di credito per 75 milioni di euro. Intrecci nel mirino della Procura.
Degli interrogatori, segretati, è possibile tracciare le linee guida. Sta a Conti (il consigliere di Bpl Suisse che avrebbe gestito le società a disposizione del gruppo con conti nell’isola Jersey, a Singapore e Lugano) spiegare i flussi di denaro che da Lodi partivano per confluire nelle immobiliari e finanziarie che schermavano l’«associazione». E quindi definirne il percorso, fino ai destinatari finali. Ma è da Fiorani e Boni che gli inquirenti si aspettano le informazioni più rilevanti. Bpi, infatti, appare ormai una centrale direttiva allargata, in cui si mescolano finanzieri spregiudicati e vecchie storie. Con l’iscrizione nel registro degli indagati dell’ex presidente di Unipol Giovanni Consorte del finanziere Emilio Gnutti, infatti, rientrerebbe in gioco l’«affare Telecom», la cui vendita avrebbe fruttato quaranta milioni di euro a Consorte per le sue consulenze al raider bresciano.
In Bpi, intanto, altri «clienti privilegiati» emergono dalle pieghe del bilancio. In quello de 2004, corretto dal nuovo dg Divo Gronchi, si apprende che «nel mese di settembre 2005 alcuni clienti titolari di contratti di deposito e di custodia titoli avevano pattuito con lettere separate, mai portate a conoscenza del cda e degli organi di controllo, accordi che garantivano il rendimento alla restituzione del capitale iniziale versato alla banca». Dalle verifiche «è emerso che, al 31 dicembre 2004, la valorizzazione degli assets attribuibili a tali gestioni ammontava a circa 47 milioni di euro e gli importi garantiti di circa 60 milioni». Con un onere a carico della banca «pari a 13,3 milioni».