Fiorello: "La Milano da bere non era meno viziosa di questa"

Il comico ieri alla Cattolica per una lezione fuori dalle righe "La
coca? Per fortuna negli anni ’80 non c’erano i videofonini..."

E quattro. Rieccolo anche quest’anno, Rosario Fiorello più spumeggiante che mai, davanti all’aula gremita degli studenti della Cattolica, moderato (invano) da un Aldo Grasso in veste docente. Parlare di media, del futuro della comunicazione, è impresa ardua con lo showman più amato dagli italiani, che alla vigilia della sua tournèe che lo vede oggi e domani al Mediolanum Forum, si lancia a braccio su tutto lo scibile, spaziando dalla televisione a Sanremo, dalla Milano da bere alla chirurgia estetica. Su cui ha molto da dire. «Guardatemi, dimostro forse 50 anni? Quando avevo l’età vostra pensavo che a quest’età non sarei stato in grado neppure di allacciarmi le scarpe e invece eccomi qua: non mi sono neppure rifatto come Emilio Fede...». La sala è un tripudio, e lui incalza: «Pensare che per mantenermi così mica ho dovuto fare diete macrobiotiche. Al contrario, quando negli anni Ottanta vivevo nella Milano da bere... me la sono bevuta tutta». Argomento scottante, anche perchè la Milano di oggi, non solo nel mondo dello spettacolo, ha offerto scenari meno edificanti in quanto a vizi. Meglio gli anni Ottanta dell’amaro Ramazzotti o la cocaina dell’Hollywood? Fiorello diventa quasi serio: «Secondo me non c’è tutta questa differenza, a cambiare sono stati soltanto i media. Se allora ci fossero stati i videotelefonini e Youtube, io stesso chissà come sarei stato sputtanato, invece per fortuna c’erano soltanto i primi cellulari, quelli che cominciavano con 0337...». Già che c’è, Fiorello spezza una lancia in favore della soubrette Belen, messa «ingiustamente» alla gogna da inchieste e gossip sulle famigerate pippate di gruppo nei privè meneghini. «Quanta ipocrisia, e quante censure da parte di chi - e io lo so - fa anche di peggio. Nei camerini di Sanremo, ad esempio, ho visto circolare di tutto. Se Belen ha fatto uso di droga, la si può anche perdonare e, casomai, dirle di non farlo più». Di Milano ricorda anche il giorno in cui incontrò per caso Rupert Murdoch nell’ascensore di un hotel cittadino, «uno di quegli alberghi milanesi dove non fai in tempo a finire un bicchiere d’acqua che già una mano te lo riempie di nuovo. Quel signore mi sembrava proprio di conoscerlo e un cameriere mi rivelò essere il patron di Sky. Se avesse immaginato che un giorno mi avrebbe riempito di soldi...». A proposito di televisione, non risparmia bacchettate alla tv generalista, quella che se un programma non scende sotto il 16 per cento di share, lo ripete all’infinito per anni. Alla domanda di Aldo Grasso che lo incalzava sui motivi per cui sul piccolo schermo non si vede mai nulla di nuovo, non risparmia l’autocritica: «La prima ragione è che quando un programma ha successo e va bene è difficile schiodarlo e per questo vedremo la 22/a edizione di Ballando con le stelle e si continuerà a fare il Grande Fratello fino allo sfinimento; la seconda è che molti di noi, come me e Arbore, siamo forse un po’ vigliacchetti e, soprattutto se abbiamo avuto successo con un programma, abbiamo paura di farne altro rimettendoci in gioco». E, aggiunge, fare un bel programma costa. «A proposito di direttori generali - scherza poi - ora sono diventati dei protagonisti ma una volta non si vedevano mai e ci si chiedeva se esistessero davvero o fossero loro che facevano i cerchi nel grano». Riguardo a Sanremo, rivela invece di aver ricevuto da Gianni Morandi la proposta di esibirsi con una canzone. «Ne avevo una pronta scritta per Celentano e che lui aveva rifiutato- ha detto - e per una frazione di secondo avevo pensato di partecipare; ma al pensiero delle prove, delle interviste, del tempo che sarei dovuto rimanere al Festival ho immediatamente cambiato idea».