Fiorello: non mollo mai, come Mazzola

Laura Rio

da Milano

Colleghi la parola calcio a mito e ti viene subito in mente il Grande Torino. Non ci sono dubbi: il cuore romantico di un amante del football d'altri tempi non può che essere tinto di granata. Superga, Valentino Mazzola, lo stadio Filadelfia: una squadra da sogno, l'invincibile Armada. Basta chiedere a qualsiasi appassionato del calcio che abbia passato la trentina se conosce la storia della mitica squadra e ricevi sempre la stessa risposta: «Ah, il Grande Torino! Che squadra magnifica!». «Ma l'hai mai vista?». «Certo che no, ma mio nonno sì. E gli si illuminavano gli occhi mentre me ne parlava...».
Bene, sarà per questo che Rai Fiction, nella sua pregevole missione di recuperare le piccole grandi storie di questo nostro Paese, ha deciso di puntare gli obiettivi su questa meravigliosa tragica storia. Il Grande Torino è quindi diventata una miniserie in due puntate: presentata l’altra sera al Prix Italia in corso a Milano, andrà in onda domenica e lunedì su Raiuno. È diretta da Claudio Bonivento e realizzata dalla casa di produzione Goodtime di Gabriella Buontempo. Purtroppo gli appassionati del Torino non si troveranno di fronte a un capolavoro: lento, a volte quasi noioso, pochissimo calcio giocato e molte chiacchiere. È un peccato.
Il mitico Valentino, quello che Gianni Brera definì «il più grande calciatore italiano di tutti i tempi», è interpretato da Beppe Fiorello (ex Fiorellino), mentre il presidente della squadra è Remo Girone. La voce narrante invece è quella di Michele Placido. «Non abbiamo fatto il fotoromanzo del Torino», ha spiegato durante la presentazione il regista Bonivento. «È la storia di un biennio che ha avuto come asse portante le gesta di quella squadra gloriosa». Gli autori (lo stesso Bonivento con Grazia Giardiello e Roberto Jannone), si sono ispirati al libro Il romanzo del grande Torino di Franco Ossola, figlio di uno dei campioni morti nel disastro aereo del 1949 sulla collina di Superga. Il protagonista è Angelo Di Girolamo (interpretato da Ciro Esposito), giovane di Casoria emigrato a Torino con la famiglia nel 1947, tifoso dei granata dei quali conosce tutto: formazione, risultati, storia, e difatti riuscirà ad entrare nella squadra giovanile. «Nel film - ha sottolineato sempre Bonivento - c’è anche anche l’emigrazione, la Torino industriale, l'Italia appena prima del boom. C’è un presidente, Ferruccio Novo (Remo Girone) che è proprietario di un'industria di cinghie di trasmissione per trattori. Un uomo molto diverso dagli Agnelli proprietari della Juventus».
Dopo aver letto la sceneggiatura, Beppe Fiorello si è subito innamorato della parte di Mazzola: «Quando ho chiesto la parte a Bonivento, mi ha subito detto di essere perplesso. Mi ha replicato: “Non gli assomigli, non sei del Nord, sei scuro... Ma almeno sai giocare a pallone?”. E mi ha lanciato una palla di gommapiuma. Io l'ho stoppata al volo, e lui mi ha detto: “Ok, lo puoi fare”. Ho cominciato quindi a documentarmi: non conoscevo nulla di questa storia, non sono un appassionato di calcio, ma interpretando questo personaggio ho imparato a non mollare mai: capitan Mazzola giocava anche con la febbre a quaranta». Ma la grande soddisfazione di Fiorellino è quella che gli ha dato Sandro Mazzola, figlio illustre di Valentino. «Quando ha visto la fiction, ha avuto parole di grande apprezzamento per la mia interpretazione. Mi ha detto che si è commosso nei momenti in cui ha rivisto i silenzi del padre».