Il Fiorello show? Una partita a calciobalilla

MilanoGrazie Fiorello. Grazie per aver squarciato la bruma di questo tetro novembre milanese con i bagliori del nuovo spettacolo. Il morale ne aveva bisogno: non possiamo certo risollevarlo con i Crozza, questi comici di punta che con l’alibi della satira politica non fanno più ridere nessuno, se non le vittime in studio, pateticamente impegnate a dimostrare quanto sono sportivone e autoironiche. Ma sì, questi Crozza così riveriti e celebrati, che non si vergognano di sparare in prima serata battute del tipo «Casini e Rutelli sono come il Gabibbo e Topo Gigio», «Se fa il ministro Rotondi lo possono fare tutti» (Ballarò, martedì scorso).
Sinceramente grazie, Fiorello. Dopo la parentesi televisiva, di nuovo nell’arena a diretto contatto con noialtri, che non dobbiamo ridere per forza, ma che vogliamo ridere davvero. Basta che si apra il grande sipario, in perfetto stile teatrale, e la magnifica bestia libera il suo talento universale. Anche se egli stesso dice di non saper fare niente benissimo, Fiorello fa tutto dannatamente bene. Canta bene. Racconta bene. Recita bene. E saltella bene anche sull’attualità, senza littizzettare verso lo sbraco scurrile, senza crozzare tirandosela da sentinella morale di chissà che.
Come scaletta, lo show è un viaggio molto zigzagante sul filo della musica, a partire dagli anni Trenta. Si arriva persino a Michael Jackson, che Fiorello omaggia di Thriller a modo suo. Passando da un’era all’altra, s’incontra doverosamente il sodale Mike Bongiorno. Singolare l’invasione tra gli oleogrammi dei Pooh mutilati, senza il batterista D’Orazio, per l’occasione sostituito dal Fiorello vero.
C’è tanto gioco di immagini e di luci, c’è un’ambientazione imponente che sa molto di concerto rock. C’è grandezza e persino imponenza, in questo nuovo spettacolo. Eppure Fiorello ci sguazza sempre da umanissimo mattatore, portandosi appresso le inconfondibili personalità dell’animatore turistico e del signor karaoke. Raffinato e popolare, sofisticato e gigione. Così è, legato da filo rosso con la precedente esperienza di Volevo fare il ballerino, ma decisamente nuovo grazie alla capacità di improvvisarsi ogni volta sui due piedi.
Come sempre, il pubblico avverte per empatia il fatto fondamentale: il primo a divertirsi è proprio lui, Fiorello.
«Sì - mi racconta Alberto Di Risio, uno dei fedelissimi autori - questo spettacolo ci sta dando pura e semplice felicità. Quando nascono queste cose, non sai mai quel che accadrà. Le reazioni del pubblico sono insondabili. Ma già dai primi test di Pesaro e Mantova abbiamo percepito felicità anche in sala...».
Ci hanno lavorato sopra dall’estate. Pronti via e tutti in laboratorio. Come noto, lo studio romano di Fiorello. Ritrovo alle dieci del mattino, lettura giornali, tutti liberi di inventare. Praterie alla fantasia. L’unico strumento tecnico per stimolarla, il calciobalilla («Non per servilismo, ma il più forte è proprio Fiorello: anche solo per gli anni passati a giocare nei villaggi con i cumenda d’Italia...»). Quindi, alla faccia del ministro Rotondi, robusta pausa pranzo da «Dante», per il carico di calorie in vista del pomeriggio lavorativo. Sciogliete le righe prima che venga sera. Sul tavolo, molti fogli e tante idee. «Non tutte arrivano sul palcoscenico: siamo sempre in evoluzione, spesso le ultime nascono direttamente in teatro...».
Il risultato è qui. Da uno a dieci, voto nove. Niente è perfetto, qualche calo di tensione diventa inevitabile: anche il Barcellona, con l’Inter, qualche volta ha passato indietro al portiere. Ma conta quel che resta: l’inconfondibile marchio del bello e dell’originale. Certo devo essere onesto e sincero: lo dichiaro pubblicamente, sono un tifoso del soggetto (mi dissocio solo quando deborda, assommando tv, radio, spot e magari qualche addio al celibato). Dunque il mio reportage da Assago è chiaramente inquinato per gusti personali. Detto questo, sfido però chiunque a sostenere che il nuovo Fiorello sia debole, moscio, penoso. Con tanti saluti ai mosci veri della satira politica, trionfano la dignità e l’intelligenza dell’evasione pura. Con Aldo, Giovanni e Giacomo, loro in un altro modo, Fiorello sarebbe pronto per aprire un’accademia del sano umorismo italiano. Ecologico e atossico. Salutare e terapeutico. Sono cose di cui si sente il bisogno, almeno per due ore. Tanto lo sappiamo che prima o poi si torna nella bruma del novembre milanese e nello smog di questi tempi italiani. Sono là fuori che aspettano. Ma la pausa è tonificante. Come farsi un giro al centro benessere. Qualcosa resta. Grazie Fiorello.