La Fiorentina è pronta per il Bayern

nostro inviato a Napoli

Che altro poteva cantare lo stadio di Napoli? Oj vita, oj vita mia, cinquantamila in coro alla fine della partita: uno spettacolo. Come i due gol che sono stati fuochi d’artificio e baci di speranza per questa squadra che sa imporre la firma dei suoi uomini di qualità: Lavezzi e Hamsik, sempre loro, ancora loro, osannati come Diego, figli di un’altra storia. A testa in giù, pesante come la sconfitta, la Juve ha lasciato lo stadio dove l’ultima volta (17 anni fa) era passata da vincitrice. Sconfitta dura, dopo aver tenuto bocca dolce con il gol di Amauri. Il brasiliano non aveva esultato. Chissà, forse presagiva... Forse aveva messo in conto anche i pasticci di Ranieri che, nei cambi, ci ha visto poco e male («Volevo ristabilire una parità di uomini a centrocampo e sfruttare di più le fasce: è un momento difficile, ma non parliamo di crisi», la difesa del tecnico a fine gara). Logici se avesse avuto a disposizione giocatori migliori di quelli in panca. Sconfitta che vale una crisi vera, scossoni tellurici difficili da tenere a bada. La Juve non è qualità, ma ora nemmeno sostanza. Finale disastroso, da metter paura a futura memoria. Non bastano più le parole e le promesse. Nemmeno certi giocatori, scelti male.
Curve vuote, una sembrava leggermente rimpicciolita rispetto all’altra. Sarà stata solo un’impressione visiva? Mah! Stadio comunque pieno di cuore e voglia di tifare. Napoli sa sempre regalare quell’emozione in più. E la sua squadra si è adeguata. Ieri aveva tutte la carte in mano per giocarsi la partita della vita. Juve con uomini contati e con la crisetta che le ballonzolava davanti come un fastidioso fantasmino. Bastava mandarla subito in equilibrio precario per farla rotolare. Facile a dirsi. La Juve è comunque composta da uomini tosti e, non a caso, Del Piero e Nedved, Chiellini e Poulsen hanno lavorato di gran ramazza dimenticando il bello stile. Squadra senza possibilità di sorprendere nella formazione: Giovinco in panchina, gli altri in campo, metà rosa in infermeria. Napoli con centrocampo di ferro composto da cinque uomini, Zalayeta in attacco a far fruttare il suo dente avvelenato. Ma il panterone si è spento.
Partita subito frenetica, colpi duri senza risparmio, Juve senza leader per il centrocampo, il Napoli più centrato sulla sua qualità. Molto gioco a centrocampo, difesa allegra tanto da lasciar spazio ad occasioni da gol che hanno reso più spettacolare la partita, e meno credibili le squadre. Nel primo tempo Hamsik è sbucato due volte in area, così solo da mettere alla berlina i difensori bianconeri. Salvo buttar via la conclusione. La Juve ha provato ad essere tanto più concreta: molta attenzione a centrocampo, pronta a rubar palla, eppoi c’è mancato sempre il colpo della Gobba. Nedved si è visto deviar palloni da Iezzo. Del Piero ha calciato punizioni o servito la testa ora di Amauri, ora di Nedved. Idee per un calcio non certo di prima qualità, ma pieno di volontà.
Ed, alla fine, la qualità del Napoli ha fatto presa. La ripresa della Juve è stata un supplizio congegnato dal destino con discreta cattiveria. Un quarto d’ora di sguardi e sbuffi prima di lanciare il gran finale della serata. Juve che ha imbroccato l’unica azione degna d’una Signora d’altri tempi: cross di Nedved e riecco il piedone killeristico di Amauri. Gol che ha ammutolito lo stadio e fatto rialzare la testa della mezza Italia juventina. Chissà mai! Invece chissà cosa succederà ora. Visto quanto è successo nel giro di mezzora. Risveglio di Lavezzi e la Juve in bambola. Due affondi ed ecco il sorpasso e il tracollo. La Juve è sembrata un puzzle distrutto. Lavezzi ha imperversato a destra, è entrato nel burro fino al cross per la testolona finalmente precisa di Hamsik. Poi penetrazione centrale in duetto con Denis e difesa bianconera disfatta. Come la squadra che Ranieri ha cercato di rimodellare con qualche astruseria: dentro De Ceglie, fuori Del Piero. Fuori Poulsen dentro Ekdal. Idee da sguardi perduti nel vuoto. Juve da timor panico, in tutti i sensi.