Firenze, 2.000 angeli aprono il libro dei ricordi

Ma la paura non è mai passata. Il ministro Pecoraro Scanio promette: «In tre anni i fondi per la sicurezza»

nostro inviato a Firenze
Beh, facevano un po’ tenerezza, a vederli tutti insieme, le chiome ingrigite, il loro certificato di appartenenza «angelica» appuntato orgogliosamente sul petto, persi nell’immensità del salone dei Cinquecento di Palazzo Vecchio, protagonisti ancora una volta, quarant’anni dopo, più riveriti di un Rutelli, di un Vannino Chiti, perfino di un Pecoraro Scanio. Si guardavano intorno emozionati - i colli protesi sul nereggiare delle teste, gli occhi stretti a fessura nel tentativo di far combaciare frammenti di ricordi, un modo di ridere, una postura, uno sguardo, con i volti di una matura signora o di un signore panciuto che potevano essere, ma sì che erano loro, il capellone romano o la ragazza fiamminga o quello che veniva da Bournemouth o il Piero di Vercelli con cui si era lavorato fianco a fianco per settimane. A ripulire dal fango pagine e pagine di libri antichi al gabinetto Vieusseux, a trascinar secchiate di fango, a svuotare cantine, a spalare rumenta fetida dal canto de’ Pazzi. E allora son stati baci, abbracci, e un congratularsi a vicenda, e un tenersi ancora affettuosamente per mano, mentre fioccavano i «ti ricordi?», i «do you remember?» e i «Giovanni? Je me rappelle, oui, mais vaguement...».
Eccoli di nuovo qui, e son forse davvero duemila, i solidali che nell’autunno del 1966, come rispondendo a un muto richiamo del cuore, calarono da ogni dove sulla città di Cosimo e di Michelangelo. Uniti dal desiderio, dall’ansia di salvare un patrimonio storico, artistico, sentito come cosa propria, dell’umanità intera.
Jean Claude Bemben, pittore e decoratore, è arrivato da Reims con la sua maestra di Belle Arti di allora, madame Mireille Bazin, che all’epoca radunò un battaglione di 52 studenti per venire a dare una mano. «Rimanemmo due settimane - ricorda ora Jean Claude, commosso - dividendoci fra la Biblioteca Nazionale e il museo del Duomo. Un’esperienza unica, umana non meno che artistica. E la gioia, la festa di ritrovarsi la sera, fra spagnoli, italiani, canadesi. E che vorticare di sentimenti, di fronte alla bellezza della città che tornava a risplendere...».
«Angeli del fango», li chiamarono poi. Come Susan Glasspool, inglese, che tra una secchiata e l’altra di fango trovò il tempo di innamorarsi di un fiorentino e insieme finirono per metter su casa. «Nessuno coltivava sogni di gloria - ricorda Susan -. Venni perché sentivo che non c’era altro da fare. Perché quel disastro mi coinvolgeva in prima persona, come se anch’io fossi stata, che so, di san Frediano».
Dalla torre di Arnolfo, di fronte a una piazza gremita di cittadini e di turisti (più da questi che da quelli) i vigili del fuoco del nucleo speleo-alpino-fluviale calano una bandiera tricolore (130 metri quadrati) con il loro stemma, mentre dai merli, giù verso piazza della Signoria, si allungano trenta metri per sei di gonfalone cittadino. Niente in confronto alle lenzuolate di retorica rovesciate sul pubblico presente dal sindaco Domenici, il presidente della Regione Martini, quello della provincia Renzi, giù giù fino ai ministri Rutelli, Pecoraro, Chiti.
Loro, gli «angeli del fango», non hanno occhi e orecchi che per le loro storie, per il come eravamo di chi veniva da Melbourne e si scoprì fratello di chi era arrivato in autostop da Catania. Volontari e «comandati». Come il milanese Roberto Telloli, 60 anni, all’epoca militare inquadrato nel Settantottesimo reggimento Lupi di Toscana, che oggi ha rivisto Cipriano Noschese, il fotografo del reggimento, venuto da Salerno. «Uscivamo dalla caserma con un pacchetto di gallette e un pezzo di formaggio, e rientravamo la sera - ricorda Telloli -. I miei familiari, quando mi videro qualche tempo dopo, non mi riconoscevano. Avevo perso 15 chili. Dalle cantine usciva di tutto, ed era così alto il rischio d’infezione che la sera ci mettevamo nudi, in fila, per farci irrorare col disinfettante».
Luca Bufano, 51 anni, insegnante, è stato forse uno dei più giovani «angeli»: «Avevo solo 11 anni, ero scout, e poiché la scuola, la “Lorenzo Ghiberti”, restò chiusa fin dopo le vacanze di Natale, andavo tutte le mattine in via de Pucci, al centro di raccolta scout. Anche a noi lupetti vennero dati tuta, stivali e secchio. Un grande gioco, un divertimento unico. Mica ci si rendeva conto del disastro. A pranzo si andava alla mensa dei pompieri, in via Condotti. Il menù? Invariabilmente lo stesso: fagioli e salsiccia. L'ultima immagine è quella di papa Paolo VI, che venne a celebrare la messa di Natale».
«In tre anni - promette il ministro per l’Ambiente Pecoraro Scanio - arriveremo alle somme necessarie per mettere in sicurezza l’Arno». I primi 20 interventi di messa in sicurezza del bacino partiranno a breve. Sette milioni di euro sono già pronti. Il vicepremier Rutelli invita «a non essere all’altezza solo nelle emergenze», e ricorda come quell’alluvione segnò la nascita di «una coscienza ambientale e l’embrione di quella che oggi è la Protezione civile». Altre belle parole sono state spese, naturalmente, per il buongoverno del territorio e dei beni culturali. Poi tutti a pranzo nelle tende allestite in piazza Santa Croce.