Firenze, decide la Ruota della Fortuna

«Vorrei che tu, Lapo ed io» la piantassimo di giocare al capo tribù ballando il geghegè mentre il Pd affonda in Arno. Questo, prendendo in prestito il sonetto di Dante, l’appello del sindaco uscente Leonardo Domenici ai contendenti delle primarie di coalizione che ieri si sono tenute a Firenze. Un evento che - da grande dimostrazione di democrazia - si è invece trasformato in una «balcanizzazione» della sinistra dove il candidato sindaco emergerà tra una cinquina di personaggi armati di slogan surreali e perfino di un brillante passato da enfant prodige dei tele quiz.
È il caso di Matteo Renzi, presidente della provincia di Firenze. Volto pacioso da primo della classe, parlantina imbizzarrita, è stato a 29 anni il più giovane presidente di provincia d’Italia. Ma i suoi record non finiscono qui, perché il nostro - rutelliano e cattolico doc a cui Daria Bignardi in un’intervista ha detto «caspita, lei è proprio di destra!» - nel 1994 fu protagonista in tv alla Ruota della fortuna. E coi tempi che corrono nel Pd, come rinunciare all’opportunità di aggrapparsi alla buona sorte? «A soli 19 anni già campione», titola il video su YouTube. 33 milioni di lire vinti in cinque puntate, più il bacio di Paola Barale e l’investitura di Mike Bongiorno («lui è toscano, conosce bene l’italiano»). Ne ha parlato con bonario compiacimento l’Unità dei giorni scorsi, ricordando come Renzi - ai tempi dotato di occhialoni da nerd - chiedesse le lettere utilizzando i nomi dei suoi cari e non le città: «Diceva “A di Agnese”, sua moglie». Che sensibile. Poi si guarda il video e in realtà spuntano anche «N di Napoli», «E di Empoli» e «P di Palermo». Pazienza, si vede che tra i suoi amici non c’erano Nini, Edoardi e Paoli.
Eppure Renzi, che lancia lo slogan «Facce nuove a Palazzo Vecchio», sotto la verve molto naif è una vecchia volpe del politicare. Innanzitutto la dialettica pomposa che gli fa scrivere cose come «arriva un momento in cui il coraggio chiama e se credi nella dignità hai il dovere di rispondere» (wow!, ndr); in secondo piano l’uso e l’abuso della sua immagine, strabordante sulla Rete; infine le amicizie. Come quella con l’ex presidente Fiat Paolo Fresco, da Renzi chiamato nel cda di Firenze Mostre e a collaborare per il parco mediceo di Villa Dominoff. Che le campagne elettorali si fanno anche con gli appoggi, mica solo con le vocali di Mike.
Il principale antagonista del candidato rotante e fortunato è Lapo Pistelli, che si è guadagnato il sostegno di Veltroni accompagnandolo nel pellegrinaggio di quest’estate alla convention di Obama. Memorabili le pagine del suo blog Diario da Denver, dove si vantava di aver «mangiato hamburger vicino a Sean Penn» e di aver «chiesto l’autografo di rito a Matthew Modine, il soldato Joker di Full Metal Jacket». E Obama? Lo ha visto da lontano. Mica da tutti. Per il responsabile relazioni internazionali Pd, un successo politico che avrebbe potuto cambiare il suo slogan «Lapo, punto e a capo» nel più perentorio «Lapo orso capo». Un po’ come i cartoni animati, suvvia.
La partita sembra essere affar loro. Ma dato che - Massimo D’Alema dixit - «a Firenze sembra di stare a Tirana», mettiamocene qualcun altro. Per esempio Daniela Lastri, sponsorizzata da Livia Turco e «dalle donne, dalle nonne e dalle ragazze». Già assessore all’Istruzione, vuole essere «Un sindaco come TE». Un sindaco dalle battaglie forti, come quelle portate avanti in questi mesi: la lotta contro i manifesti pubblicitari con le donnine mezze biotte e l’impegno per ripulire la lapide del partigiano Sinigaglia.
Poi c’è Michele Ventura, il «leone rosso» che Giannelli ritrae nei panni del Signor Bonaventura con la scritta: «Col sostegno di D’Alema, la sua leadership non trema». Se poi consideriamo che vanta addirittura un «manifesto catalano» in suo appoggio e che ricopre l’essenziale carica di ministro ombra per l’Attuazione ombrosa del programma-ombra, siamo a cavallo.
Ultimo viene Eros Cruccolini, il candidato di Sinistra democratica e dei vendoliani, che si fa notare per un esposto al collegio dei garanti in cui lamenta le eccessive spese elettorali dei suoi avversari. Così, per rendere le cose più semplici. Con il rischio che poi - al di là delle lotte intestine tra teleconcorrenti, guelfi e ghibellini - alle comunali siano solo due le lettere snobbate dai fiorentini: la P di Partito e la D di democratico.