FIRENZE «Vi dimostro che la cultura è un affare»

Un concorso internazionale con bando pubblicato sull’«Economist» per scegliere il nuovo direttore. Nuovi sponsor privati tra cui Pinault e Arnault Parla Lorenzo Bini Smaghi, presidente della Fondazione Palazzo Strozzi

nostro inviato a Firenze
Firenze città morta. Firenze schiacciata tra la marea di turisti mordi e fuggi e i venditori di cappelli di paglia e pizza al taglio, scarpai e nuove griffe che hanno cacciato dalle prestigiose vie del centro i negozi storici. Il discorso è noto. Lo si è fatto migliaia di volte. Lo fanno con una malcelata perfidia i giornalisti stranieri quando periodicamente raccontano nei loro reportage di una città provinciale, in mano ai bottegai, troppo cara per quanto offre, eccetera. Gli autoctoni protestano. Protesta il sindaco, replicano i commercianti. Poi tutto si cheta fino allo scoppio della nuova polemica senza che niente muti.
Per una volta invece vogliamo parlare bene di Firenze. E raccontare di una esperienza che gli stessi fiorentini guardano con interesse e senza litigare tra di loro. E questa, per chi ha un minimo di dimestichezza con la patria dei guelfi e dei ghibellini, sarebbe già una notizia da prima pagina. Stiamo parlando di una nuova creatura piombata come un alieno nel cuore della città: la Fondazione Strozzi. Organizzatrice della grande mostra su Cézanne e gli impressionisti (l’esposizione si chiude domenica con un successo di pubblico - 1850 persone al giorno di media per un totale di 244mila visitatori - e di critica), la Fondazione Strozzi è una novità assoluta nel panorama italiano. Il presidente Lorenzo Bini Smaghi, economista, fiorentino doc attualmente a Francoforte nel comitato esecutivo della Banca centrale europea, è stato il deus ex machina di questa nuova creatura.
«Firenze mostre», la precedente società che gestiva gli spazi espositivi di Palazzo Strozzi, è fallita. Ogni anno Comune e Provincia erano costretti a ripianare i passivi. Come pensate di finanziare gli ambiziosi progetti della Fondazione?
«La precedente società non era gestita secondo criteri rigorosi di bilancio. Si spendeva senza avere certezza delle entrate. Qui c’è un piano industriale triennale e un business plan annuale. Il bilancio si aggira sugli 8 milioni all’anno, finanziato per circa 3 milioni da entrate proprie (biglietteria, cataloghi, royalties...), circa 3,5 milioni di finanziamenti privati (soci fondatori o sostenitori e sponsor) e circa 1,5 milioni dai soci istituzionali (Comune e Provincia di Firenze)».
Come ha fatto a mettere insieme i litigiosi soci pubblici, con le litigiose banche fiorentine e per di più attrarre prestigiosi sponsor privati?
«La chiave di volta per creare fiducia tra soci pubblici e privati si chiama Governance, cioè “buon governo” societario, ispirata alle aziende quotate in Borsa».
Un modo diplomatico per dire che riuscite a tenere fuori la politica?
«Se si assicura l’indipendenza degli amministratori, il cui unico obiettivo è di fare il bene dell’azienda e non seguire altri interessi, la parità di trattamento degli azionisti, la trasparenza nei conti, eccetera, come in un’azienda quotata, tutti - pubblico e privati - si sentono tutelati. La nostra Fondazione ha ad esempio il revisore esterno dei conti, KPMG».
Per il momento Ferragamo, Gucci, Nuovo Pignone sono tra i partner della fondazione. Comunque «marchi» fiorentini. Ci sono nuovi soci in arrivo?
«Credo che siamo la sola istituzione ad avere tra gli azionisti sia il Gruppo Pinault (con Gucci), sia il Gruppo LVMH di Arnault (con Pucci). Tra gli azionisti di livello internazionale abbiamo il gruppo alberghiero di Rocco Forte, l’Eni, Boston Consulting e Saatchi & Saatchi. La campagna di reclutamento non è finita e abbiamo vari altri candidati interessanti. E poi c’è la collaborazione con il Polo museale fiorentino grazie a Cristina Acidini».
Venezia, Firenze e Roma. Firenze, tra le perle turistiche italiane, è quella con la vocazione meno internazionale. Come mai si è disperso il patrimonio culturale fiorentino?
«La cultura c’è e c’è sempre stata. È mancata forse l’imprenditoria. Ci si aspettava che dovesse essere solo il pubblico a farsi carico dell’economia, anche culturale, della città. Fortunatamente un paio di imprenditori - Ferragamo e il Gruppo Fratini - si sono resi conto che questo avrebbe portato al declino. Si sono rimboccati le maniche e sono andati a trovare il sindaco e il presidente della Provincia con un progetto di partnership pubblico-privato per ridare slancio alla città. Vogliamo essere un esempio per altre iniziative del genere in Italia».
Accademia, Uffizi, Forte Belvedere, Palazzo Pitti, Palazzo Strozzi... Perché a Firenze non si è mai pensato di fare grandi eventi usando tutti gli spazi e le potenzialità, con mostre a tema di portata internazionale?
«Ci si è accontentati troppo a lungo del flusso turistico garantito dai grandi musei, che comunque è notevole. Poi ci si è accorti che questo non bastava perché il turista “mordi e fuggi” non ritorna, non si fidelizza. Firenze è come una banca sovracapitalizzata, e sta capendo che deve mettere meglio a frutto il suo enorme capitale. Questo richiede però metodi di gestione nuovi».
Caso più unico che raro in Italia, dove le strutture pubbliche vengono usate per piazzare l’amico di questo o quello, voi avete indetto un concorso internazionale per scegliere il nuovo direttore della Fondazione, pubblicando il bando sull’Economist e avete alla fine selezionato l’anglo canadese James Bradburne. Come riesce a dialogare con la politica senza farsene condizionare?
«La condizione per far fare un passo avanti ai privati era che la politica facesse un passo indietro, svolgendo un ruolo di indirizzo sulla qualità scientifica dei programmi ma non entrando nella gestione quotidiana e garantendo parità di trattamento tra gli azionisti. D’altra parte i fondi pubblici per la cultura sono ovunque in diminuzione e l’unico modo per attirare i privati è di coinvolgerli nella gestione. Ma in fin dei conti è una soluzione molto vantaggiosa per la politica».
I programmi della Fondazione: più Beaubourg o più Royal Academy?
«Palazzo Strozzi deve essere continuamente aperto, con eventi di tipo diverso, grandi mostre, concerti nel cortile, arte contemporanea, eventi multimediali e conferenze negli spazi della Strozzina. Chi passa per via Tornabuoni o piazza Strozzi deve essere invogliato ad entrare, non solo per ammirare il palazzo bellissimo, ma perché sa che c’è sempre qualcosa di nuovo e stimolante da vedere o da fare. Un piccolo Beaubourg, se vogliamo. A ottobre inaugureremo “La moda che cambia la moda”, una rassegna dedicata agli stilisti “rivoluzionari” degli ultimi vent’anni, in collaborazione con il Los Angeles County Museum of Art. Nel 2008 faremo rivivere in “Donne al potere” le due grandi regine di origine fiorentina Caterina e Maria de’ Medici ed esporremo i famosi arazzi creati per loro e dedicheremo “Impero Celeste” all’arte cinese antica. E nel 2009, anno di Galileo, la grande mostra storico-scientifica “Macrocosmo” ricreerà dalla primavera all’estate la rappresentazione dell’universo dall’antichità all’invenzione del cannocchiale».
Bookshop, caffè, il progetto per la Strozzina, il cortile, gli appuntamenti: in Italia qualcosa di simile lo si fa al Mart di Rovereto, un museo multifunzionale che però ha costi altissimi e infatti i contributi pubblici sono ingenti. La cultura è un bene pubblico che va sovvenzionato?
«C’è un’ampia letteratura economica che spiega i motivi per cui la cultura comporta ricadute pubbliche, che vanno dunque finanziate in parte con stanziamenti pubblici. La domanda è: quanto finanziamento pubblico? In parte questa domanda ha già trovato una risposta, perché le necessità di rigore dei conti pubblici riducono le disponibilità. E allora si devono trovare i finanziamenti privati. Questo è un lavoro nuovo, che richiede professionalità nuove. Ma se si riescono a trovare fondi per finanziare grandi eventi in tutto il mondo, perché non è possibile farlo in Italia dove c’è un capitale di base enorme?».
Salvatore Settis dice che anche il Moma, senza le donazioni della municipalità di New York non starebbe in piedi: lei è d’accordo?
«Quello che tiene in piedi il Moma è soprattutto la capacità imprenditoriale di chi lo gestisce e i fondi privati che riesce ad attrarre, con ricadute su tutta la città. In quelle condizioni vorrei ben vedere se la municipalità di New York non contribuisse anch’essa con le sue donazioni!».