UNA FIRMA CONTRO IL LÍDER MAXIMO

Ci sono cento e uno motivi per non volere Massimo D'Alema al Quirinale, pur riconoscendone il talento e l’intelligenza politica. Primi fra tutti quelli, affatto apprezzabili, per cui la sua autocandidatura piace a buona parte della sinistra. Intanto, felicissimo sarebbe Fassino, che chiuderebbe una volta per sempre l'imbarazzante (a dir poco) diarchia all'interno del suo partito e avrebbe a disposizione la più pregiata fra le poltrone rimanenti, quella di ministro degli Esteri. Anche tutta l'Unione si sbarazzerebbe di un leader ingombrante e pericoloso, capace - per ambizioni personali o di partito - di mettere in crisi l'attuale e risibile maggioranza. Infatti la più nota e rilevante capacità di D'Alema è occhettizzare amici e alleati, ovvero divorarli dopo che hanno svolto compiti ingrati e difficili: lo fece con Occhetto, appena l'allora capo del Pci realizzò l'ardua svolta del cambiamento di nome al partito; poi ripeté l'operazione con Prodi, scippandogli la guida di un governo che non avrebbe potuto conquistare direttamente. Il più felice di tutti nel vedere D’Alema al Quirinale, dunque, sarebbe proprio Prodi, che si libererebbe di una spada di Damocle rotante sulla sua testa. E che, pur disponendo di una maggioranza da circo Barnum (nel senso degli equilibristi), finirebbe per realizzare un capolavoro storico: la conquista del governo, della Camera, del Senato e del Quirinale.
In una simile situazione, poi, non ci sarebbe freno all'opportunismo osannante i «vincitori» da parte dell'industria parassitaria, delle banche tramestanti, delle burocrazie oziose, della grande stampa sempre libera di scegliere l'amico più forte, dei cervelli più o meno intellettuali - compresi giornalisti, comici, cantanti, vallette - sempre in cerca di protettori, dei magistrati iniqui, ovvero influenzabili dal potere politico. In poco tempo - e forse senza che all'origine ci fosse un progetto del genere - si formerebbe spontaneamente, per deriva e autoaggregazione, un regime. Un regime vero, non come quello di Berlusconi, tanto paventato quanto mai esistito. E sarebbe il più assurdo e inaccettabile dei regimi: quello di metà degli italiani contro l'altra metà.
Basterebbero queste semplici considerazioni a fare sì che la Casa delle libertà si schieri dura e compatta contro la candidatura di D'Alema: nel modo più semplice e chiaro, ovvero non prendendola neppure in considerazione. Tanto - se vogliono - i parlamentari dell'Unione potranno eleggerlo, con tutto comodo, sin dalla quarta votazione: trattare o concordare sul suo nome non porterebbe niente alla Casa delle libertà, se non mostrarsi al mondo intero e agli italiani tutti con l'aria ebete e ridicola del marito cornuto, bastonato e felice.
C'è però un ulteriore motivo contro D'Alema, un motivo che può facilmente venir tacciato dai dalemiani come piccineria veteropolitica. E che è, invece, un motivo Politico nel senso più alto e ideale: Massimo D'Alema è nato e cresciuto, ha vissuto e prosperato nel comunismo: un cancro che, in buona o cattiva fede, ha diffuso le sue metastasi in tutto il Novecento e che è ancora attivo. E se ne è staccato soltanto dopo la caduta del comunismo stesso: oggi glielo si può umanamente perdonare ma non certo fino al punto di premiarlo per una carriera politica al servizio della nazione, come si fece con i socialisti Saragat e Pertini. Per questi motivi - e perché tutti escano allo scoperto senza aspettare che spunti all'orizzonte il carro del vincitore - propongo che si formi subito un Comitato anti D'Alema. Abbiamo già un bell'acronimo: C.A.D.A. Prima ancora che tenti di salire.
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