La firma dei ministri al referendum sgambetta il governo

Via alla raccolta delle firme per il referendum elettorale. Mastella minaccia di far cadere l’esecutivo, Pecoraro pretende un vertice. E Calderoli presenta la sua proposta concordata con l’Udeur

Roma - Si apre la sfida sulla legge elettorale: da un lato i referendari che iniziano la raccolta delle firme, dall’altro il Parlamento che dovrebbe modificare le norme prima di arrivare alla consultazione popolare. C’è già una data, indicata come momento di verifica sia da chi segue la prima strada che da chi insiste sulla seconda: il 25 luglio. È il momento in cui saranno depositate le firme per il referendum che potrebbe tenersi nella primavera 2008 e per il «padre» pentito della legge elettorale che si vuole cambiare, il leghista Roberto Calderoli, prima di allora le Camere potrebbero arrivare a una approvazione della riforma, per proseguire dopo l’estate con la seconda lettura. Lui ha presentato in Senato un ddl per contrastare la bozza del ministro per le Riforme, Vannino Chiti, che indica una soglia finale del 5 per cento: ispirato un po’ al Tatarellum e un po’ al modello dei sindaci, è un proporzionale con premio di maggioranza variabile, senza preferenze e con uno sbarramento innalzato dal 2 al 3 per cento per la Camera e dal 3 al 4 per cento su base regionale al Senato. Ci ha lavorato con l’Udeur. Strane alleanze trasversali si delineano in questo momento.
I piccoli partiti di entrambi i poli si oppongono al referendum, preferendo le trattative parlamentari per intervenire soprattutto su uno sbarramento che potrebbe cancellarli. E da entrambi i lati fioccano le minacce. Il ministro della Giustizia e leader dell’Udeur Clemente Mastella avverte che farà cadere il governo se si andrà alle urne. Il numero uno dei Verdi Alfonso Pecoraro Scanio paventa «un disastro» e i suoi chiedono un vertice di maggioranza. L’esecutivo insiste che la nuova legge si farà in Parlamento e il ministro dell’Interno Giuliano Amato come il portavoce Silvio Sircana precisano che sulla questione è Chiti «la voce del governo». Ma lo scetticismo è forte nell’Unione come nel centrosinistra. Non credono alle assicurazioni di Prodi neppure il ministro dl della Difesa Arturo Parisi, quello ds delle Politiche giovanili Giovanna Melandri e il prodiano Giulio Santagata, titolare dell’Attuazione del programma, che sono tra i primi a firmare al banco di via del Corso, con alcuni esponenti di Ds e Margherita. Parisi parla di «impotenza del ceto politico senza un forte mandato popolare». Poco dopo arriva Gianfranco Fini, con Ronchi, La Russa, Urso, Matteoli, Cursi. Il leader di An avverte: «Ha ragione Calderoli, se entro il 25 luglio il Senato non ha approvato una riforma della legge elettorale, andiamo dritti al referendum». In questo caso, avverte Roberto Castelli, la Lega correrà da sola alle prossime politiche. Molti dei firmatari dicono che la consultazione popolare sarà un pungolo, uno stimolo, uno spauracchio per il Parlamento. Ma arriva la doccia fredda del presidente della Camera. «Il referendum - dice Fausto Bertinotti - deve temerlo il sistema politico italiano, perché la riforma elettorale va costruita con la condivisione delle forze politiche e penso che il Parlamento ce la debba fare». È nelle commissioni competenti di Camera e Senato che bisogna trovare un largo accordo, insiste il leader del Prc. Parole «preoccupanti», commenta Daniele Capezzone, del comitato promotore.
Il vicecoordinatore azzurro Fabrizio Cicchitto dice che «Fi continua a preferire di gran lunga una riforma alla legge elettorale attraverso il percorso parlamentare piuttosto che via referendum». Anche se singoli azzurri, come Stefania Prestigiacomo, sono tra i firmatari. Per il centrista Francesco D’Onofrio alle urne non si andrà mai, ma neppure si avrà una riforma con Prodi a Palazzo Chigi, «perché è proprio questo governo l’ostacolo alle riforme». Il leghista Roberto Maroni, invece, teme che si arriverà al referendum «nonostante gli sforzi di Franceschini e Chiti». Lui solidarizza con Mastella ma non crede che arriverà alle estreme conseguenze.
Nel centrosinistra c’è, però, chi mette in guardia dai nervosismi del leader Udeur. Giovanni Russo Spena chiede a Prodi di richiamare alla coerenza i ministri che hanno firmato per il referendum, perché certe contraddizioni sono pericolose.