Firma per le dimissioni di Bondi ma tace sul crollo del «suo» castello

Le foto, impietose, mostrano gli squarci. I crolli. Le rovine. Il castello di Sestola, gloriosa provincia di Modena, è un pezzo di storia ma anche un simbolo, nel suo piccolo, del degrado dell’arte italiana. E di quella malattia cronica dei politici italiani che puntano il dito contro le inadempienze degli avversari a Roma ma rischiano di prendere in testa i calcinacci di chiese e rocche ormai sul punto di sbriciolarsi.
Capita appunto fra Modena e Sestola, capita al castello che accompagna le cronache locali, segnate dalla dominazione degli Estensi, per secoli, dall’alto medioevo ai giorni nostri. Ed è l’anno scorso, che nel silenzio generale, una porzione della rocca denominata Impero, in sostanza un edificio dentro un complesso monumentale, perde miseramente pezzi. Causa trascuratezza, causa incuria, causa abbandono, causa il solito rimpallo fra enti locali.
Curioso, Manuela Ghizzoni, deputato Pd di Carpi, membro della direzione provinciale del Pd della rossa Modena, esperta nel campo dei beni culturali e ricercatrice di storia medioevale all’Università di Bologna. Passano pochi mesi e la stessa Ghizzoni ritrova improvvisamente la voce. E che voce. È lei, nientemeno, la prima firmataria della mozione di sfiducia che nei prossimi giorni potrebbe costare il posto al ministro Sandro Bondi. C’è il suo nome in testa al nutrito elenco di parlamentari che voteranno per mandare a casa il titolare dei beni culturali, portato sul banco degli imputati per il crollo della Schola Armaturarum di Pompei: «Il crollo della Schola Armaturarum di Pompei rappresenta, anche dal punto di vista simbolico, il fallimento della politica in materia di tutela dei beni e delle attività culturali, e più in generale del valore dei saperi, portata avanti dal Governo in carica sin dai suoi primi provvedimenti».
Durissima la Ghizzoni, che, come tutta l’opposizione e pure parte dell’inconsapevole maggioranza, ha trasformato il collasso, naturalmente deprecabile, di un tetto in cemento armato, in un disastro di portata mondiale: «Il crollo rappresenta uno dei più gravi danni al nostro patrimonio artistico degli ultimi decenni e giustamente è stato definito dal presidente della Repubblica come una vergogna nazionale».
Benissimo. Ma la Ghizzoni, come tutte le autorità locali, sembra aver dimenticato le piccole grandi sciagure capitate sotto casa. Fra Modena e Sestola. Certo, nessuno vuole mettere a confronto la rocca di Sestola con le suggestioni di Pompei. Però anche quel maniero, con il borgo incorporato, è un pezzo della nostra tradizione, dell’Italia dei ducati e delle cento capitali, del nostro straordinario passato.
Su quei secoli, anche nella rossa Modena, è calato l’oblio. Su quella stagione di gloria è piombata la burocrazia. Su quelle pietre è scesa l’ottusità del ceto politico che fra un progetto e un controprogetto non trova mai i soldi che servono. Soprattutto sull’Impero, di proprietà come tutto il resto del complesso del comune di Modena ma abbandonato a se stesso, è scesa la pioggia. La pioggia, scoperta delle scoperte, cade a Pompei ma anche a Sestola. Risultato: i crolli del 2009 in quell’ala dimenticata, perché altre porzioni della rupe, per fortuna, sono state affidate al comune di Sestola e sono vive. Quei crolli passano sotto silenzio. Senza mozioni. Senza richieste di dimissioni. Senza niente di niente. Senza, neppure, un velo di vergogna. O di imbarazzo. O due righe di Manuela Ghizzoni: la sentinella dei nostri beni culturali è distratta.
Il Pd tace in Emilia, fa la voce grossa a Roma. Intanto, a Modena, si stanziano con colpevole ritardo più di duecentomila euro per rimettere in sesto il castello sfregiato. Speriamo che non sia troppo tardi.