La firma del Dna stringe il cerchio «L’assassino di Yara è della zona»

Cristina Bassi

Pochi giorni al primo anniversario della morte di Yara. E il delitto di Brembate non ha ancora un colpevole. Quasi, sarebbe da dire, nemmeno uno straccio di indizio. Si gioca sulle indiscrezioni, le tv fanno a gara. «Svolta decisiva», «pista precisa», «l’assassino ha le ore contate» ribattono i titoli, delle ultime ore. Su Retequattro Quarto grado parla di arresti imminenti e anche Chi l’ha visto?, sulla Rai, rincara la dose: «L’assassino è un italiano».
Si vive di indiscrezioni e illusioni. Che non fanno bene. Una sola cosa ammettono gli investigatori. Il Dna del killer di Yara apparterrebbe a qualcuno della zona, non a un operaio del cantiere di Mapello: sarebbero i risultati delle comparazioni fra le tracce di Dna rinvenute sul corpo della 13enne di Brembate rapita e uccisa il 26 novembre 2010 e i circa 4mila profili genetici prelevati durante le indagini. La rivelazione è stata fatta da Chi l’ha visto? di mercoledì, in parte anticipata da Quarto Grado pochi giorni prima. Si è parlato di una persona vicino alla famiglia del colpevole. «Se fosse così - ha spiegato però ieri un investigatore -, impiegheremmo poco a raggiungere anche la persona che ha lasciato quelle tracce sugli slip e sui leggins. Ma non è così».
Il pm Letizia Ruggeri conferma che una pista c’è: «Lavoriamo nell’area bergamasca, abbiamo trovato una traccia che lega qualcuno della zona al possibile assassino, ma non escludiamo altre ipotesi». Sembra comunque che dei quattromila campioni (altri prelievi sono in corso), 3.612 siano già stati scartati, ne rimangono quindi «solo» 388. La pista che potrebbe portare all’assassino merita di essere approfondita, questo gli inquirenti non lo negano. Però, ricordano, negli ultimi mesi ce ne sono state altre, tante, e purtroppo per ora non hanno portato lontano.
«Al momento non è stata individuata alcuna relazione di parentela tra il Dna isolato sugli indumenti della ragazzina e quelli raccolti da polizia e carabinieri», ha voluto precisare ieri alle agenzie di stampa uno degli investigatori. Alcuni dei profili genetici che si trovano nei laboratori della Scientifica e dei Ris, una decina e non solo uno, presentano corrispondenze con i reperti prelevati dai vestiti della vittima. «È ancora presto però per capire se esistano legami di parentela - continuano le fonti investigative -. In una comunità ristretta come quella di Brembate e dei paesi limitrofi non è raro trovare Dna che abbiano alcuni punti in comune».
Le corrispondenze sarebbero solo parziali. Significa che ci sono somiglianze tra i Dna, somiglianze che potrebbero portare a un legame di parentela. Il lavoro di confronti però è lungo e il nome del parente del colpevole, e quindi del colpevole stesso, sarebbero una meta ancora lontana.
Un’impronta biologica che aveva molti punti di contatto con quella dell’assassino era già stata trovata a metà giugno. Certo, le somiglianze di ieri e di oggi fanno pensare che il responsabile sia un italiano. Ipotesi rafforzata dal fatto che sarebbe stato individuato un «ceppo familiare» specifico.
Nel cantiere di Mapello hanno lavorato almeno un’ottantina di persone in nero, sparite pian piano nel tempo. Almeno 130 stranieri potrebbero presto essere sottoposti alla prova del Dna, c’è una richiesta di rogatoria internazionale. I campioni di profilo genetico sul corpo di Yara sarebbero almeno due. Ma nonostante tutto gli inquirenti non sono ottimisti: «Per noi è ancora come cercare un ago in un pagliaio».