La firma di padre Celso: «Decida la città»

Padre Celso, frate cappuccino. Alle 11 di ieri sera in coda in via XX settembre a firmare l’appello al sindaco perché indica il referendum sulla moschea a Genova. In un mare di persone non si poteva non notare quella barba bianca sul saio marroncino. Fermarlo per chiedere che cosa ci facesse lì, è stato naturale. «Faccio il frate, libero di esprimermi su quello che penso».
Cioè Padre cosa pensa. Che costruire una moschea sia sbagliato?
«Certo. Abbiamo di fronte una cultura prepotente sulla quale è socialmente pericoloso fare affidamento e dare loro libertà, oggi».
Non è proprio lo stesso pensiero dell’Arcivescovo.
«Però è il mio e quello di molti confratelli, anche se a firmare sono da solo».
Firma perché ce l’ha con la Vincenzi?
«Si crede la padrona della città e dei cittadini. Ci sono precedenti storici che testimoniano come Genova abbia già rifiutato la costruzione di una moschea».
Lei voterebbe davvero no alla moschea?
«Eccome».
Non le sembra una mancanza di rispetto verso un’altra religione?
«Io non dico ai musulmani di smettere di pregare. Dico che in casa nostra non voglio la moschea: da missionario non posso neanche sognarmi di scendere nei paesi arabi e costruire una chiesa. Loro fanno rispettare le loro leggi e la loro cultura».
Lei è per la reciprocità, quindi?
«Ritengo doveroso che loro comincino a rispettare le nostre leggi e il nostro Credo».
Un ragionamento di destra.
«Dicono che sia di destra, ma mi ritengo di Dio e basta. Poi, se essere di destra significa preoccuparsi dei problemi della gente e sottolineare le cose che non vanno. Perfetto, sono di destra».
Ci sarà un punto d’accordo tra islam e cattolicesimo.
«Va continuato il dialogo culturale ma fino a quando non si completa non si deve andare oltre».
È spaventato dall’Islam?
«C’è un reale pericolo di islamizzazione del nostro Paese. Gli italiani sono ingenui, lasciano che le cose vadano e non si rendono conto dei pericoli sociali. Eppoi, questi dibattiti dovrebbero accrescere nei cattolici il desiderio di misurarsi di più con la loro religione. Sono in gioco i nostri valori e la nostra identità».