Firme dimezzate, ma a Pannella ancora non basta

da Roma

Il silenzio stavolta non è degli innocenti. La Rosa nel pugno, unione di fatto di due famiglie politiche di grande tradizione, quella socialista e quella radicale, ha rischiato (e rischia ancora) di non arrivare a presentarsi alle prossime Politiche. Colpa di una norma farraginosa, che equipara di fatto la Rosa nel pugno a una «lista civetta» o di frettolosa composizione, costringendola a raccogliere la bellezza di 180mila firme (da presentare un mese prima degli altri partiti) per avere diritto a partecipare alle elezioni. A dispetto non solo della storia, ma anche della nutrita pattuglia di parlamentari italiani ed europei che l’unione tra Sdi e Radicali ha già in campo. La legge non è uguale per tutti: il nuovo simbolo - ovviamente diverso da quello delle Europee, quando Sdi e Radicali erano separati - è il pretesto giuridico della disparità di trattamento. La questione, presa a cuore dal presidente Ciampi, ha avuto un primo risultato positivo con l’approvazione di un emendamento presentato ieri sera in Senato dalla Cdl, che ha dimezzato il numero delle firme senza però eliminare la disparità di trattamento. Un emendamento della Rosa, che prevedeva la raccolta di firme solo per il simbolo (consentendo di disporre dello stesso tempo degli altri per le liste) è stato invece bocciato.
La norma approvata non basta. Il capogruppo dei socialisti al Senato la definisce «l’ennesima furbata», e il presentatore dell’emendamento della Rosa, Giovanni Crema, «uno scempio della democrazia». Marco Pannella, nume tutelare della Rosa, grida al «misfatto». Come al solito ha sete di giustizia e non beve dalla mezzanotte di domenica. Ieri si aggirava in Senato come un leone in gabbia, costretto a disertare la buvette per non essere indotto in tentazione. Continuerà lo sciopero della sete, cui unisce il pervicace rifiuto di raccogliere le firme e un’accorata lettera a Berlusconi. «Caro Presidente, caro Silvio, torno ancora a sollecitare il tuo intervento... L’imposizione alla Rosa nel pugno di un declassamento e di un diverso regime elettorale rispetto a quello riservato ai partiti che occorre definire “ufficiali“ non risponde allo spirito della Costituzione, di trattati costituzionali, e anche di pura e semplice equità e ragionevolezza... Guardati dentro, ascolta la voce interiore che, ti conosco, esiste e persiste e dice le stesse mie cose...».
Pannella vorrebbe azzerare del tutto l’obbligo delle firme, considerando «non legittimo» chiedere «documenti di appoggio» a una storia come quella dei socialisti, dei radicali, dei repubblicani. A pesare sull’amarezza della Rosa è anche il silenzio dei compagni di strada dell’Unione. In primis, quello del leader Prodi. Un appello lanciato dal socialista Boselli mette il re a nudo. «È giunto il momento in cui Prodi e i leder dell’Unione prendano la parola per esprimersi chiaramente a sostegno delle proposte di modifica avanzate dalla Rosa». In ballo c’è «il presupposto fondamentale della parità di condizioni», oltre che «un’offesa nei confronti della Rosa e nei confronti degli elettori, di fronte al quale l’Unione non può restare in silenzio...». Ottimismo della volontà, smentito ancora fino alla tarda sera di ieri. La congiura del silenzio è rotta soltanto dal senso pratico di Mastella, pronto a solidarizzare con Pannella: «No a figli e figliastri!». Inevitabile il sospetto che l’indifferenza di Ds e Margherita nasconda piuttosto inconfessabili timori di travasi elettorali. E l’immarcescibile tendenza a cancellare ogni voce fuori dal coro.