Firme su Internet contro la Messa in latino

Monica Bottino

«No alla Messa in latino». L’appello arriva dal prete genovese don Paolo Farinella, che continua a «bacchettare» il papa Benedetto XVI. E gli scrive, attraverso Internet con toni duri ma non certo nuovi al parroco genovese. «Uno spettro si aggira per la Chiesa», scrive don Farinella nella lettera aperta a Benedetto XVI diffusa contro il ritorno della messa in latino e «in difesa del Concilio Vaticano II». L'appello-manifesto di don Farinella propone anche una raccolta di firme da inviare in Vaticano per dire al Papa che «non può ripristinare la Messa di Pio V senza diventare complice di ciò che i fondamentalisti sono e rappresentano e della denigrazione costante a cui sottopongono il Concilio e i suoi Papi, Giovanni XXIII e Paolo VI». L’appello è già stato firmato da 143 persone, di tutta Italia e delle più diverse provenienze. Ci sono casalinghe, professori univesritari, commercialisti, studenti di teologia, presidi, impiegati, grafici pubblicitari e un pittore-scultore. Tanti anche i pensionati.
L'iniziativa del prete genovese nasce dal fatto che «il Papa si sta accingendo a pubblicare, forse per l'8 dicembre 2006 un “motu proprio” con cui concederà ”come diritto” la facoltà di celebrare la Messa secondo il rito di papa Pio V del 1570 in vigore fino al 1962: rigorosamente in latino (ecclesiastico) e con il prete che dà le spalle al popolo».
Ma don Farinella sbotta: «Si ritorna al pre-concilio, alla Chiesa degli anni '50. Un gruppo francese di Bordeaux è già stato autorizzato». E lancia un appello: «No! Noi non ci stiamo! Il rito di Pio V fu abolito da Paolo VI e sostituito con la riforma del Concilio che nemmeno il Papa può abolire, modificare o rinnegare». In particolare, come ricorda don farinella, l’introduzione della liturgia nella lingua del Paese dove si svolge la funzione, dunque comprensibile ai fedeli, è stata una novità introdutta dal Concilio Vaticano II che «pose mano a una roforma globale della liturgia alla luce delle fonti bibliche e patristiche, abrogando iriti precedenti e offrendo alla Chiesa un nuovo messale perché ”i fedeli non assistano come estranei o muti spattatori a questo mistero di fede, ma comprendano bene riti e preghiere, partecipino all’azione sacra consapevolmente, pienamente e attivamente“».
Secondo don Farinella, «l'indulto della Messa di Pio V riguarda prevalentemente i discepoli del vescovo Marcel Lefebvre e i nostalgici dei “bei tempi andati”, i quali già cantano vittoria e vedono in questo cedimento papale il primo passo verso l'abrogazione ufficiale del Concilio per essi erroneo se non scismatico». «Se passa questa linea di ritorno al passato - è la convinzione del prete genovese -, vinceranno i fondamentalisti cattolici sostenuti e finanziati dalle estreme destre fasciste di tutto il mondo per un ritorno dello Stato e della politica ad essere la longa manus laica del potere ecclesiastico. La Messa di Pio V (1570) è una bandiera, un vessillo per una nuova battaglia di Lepanto contro il mondo moderno».
Ma non basta. Don Farinella si scaglia polemicamente contro i lefebvriani, che «attribuiscono le cause dello sfacelo del mondo e della Chiesa al Concilio ecumenico Vaticano II. Sono contro la libertà religiosa, contro l'ecumenismo, contro la democrazia, contro lo Stato di diritto, contro la laicità dello Stato. Se passa questo indulto, il Concilio viene derubricato a semplice incidente della storia, messo da parte e affossato».
Conclude don Farinella: «Già assistiamo ad uno scisma profondo nella Chiesa: la gerarchia della Chiesa cattolica si è di fatto separata dal suo popolo il quale cammina per conto suo senza più tenere in conto un magistaro che serve se stesso e non il bene comune della Chiesa nella legittima autonomia in ogni cultura e latitudine».
Particolarmente severo, inoltre, il giudizio del sacerdote genovese sulle strategie della Cei nell'era Ruini. L'obiettivo dell'appello, comunque, è di raccogliere diecimila firme entro il 2 dicembre (su Internet tramite il link http://appelli.arcoiris.tv/proconciliovaticano/) «per avere il tempo di spedirle materialmente in Vaticano».