Firmificio Italia, la fabbrica degli appelli

Bei tempi quelli della foca monaca. Nessuno di noi sapeva della sua esistenza, nessuno sapeva niente della sua storia e delle sue croci, ma, ad un certo punto, ce la siamo presa dannatamente a cuore. Salviamo la foca monaca, bisogna salvare la foca monaca. Tutti, ma veramente tutti, in qualche modo hanno fatto qualcosa per impedire l’estinzione di questa specie tanto cara, tanto buona, tanto bella, ma soprattutto così fondamentale per i bioequilibri del pianeta Terra.
Personalmente non ho più seguito la questione, ma credo che dopo tutte le campagne e tutte le mobilitazioni dell’epoca il mondo sia ormai sovraffollato di foche monache. Le trovano anche negli ascensori di New York. Sì, possiamo dircelo con orgoglio: la foca monaca ci deve molto. Abbiamo fatto un buon lavoro. Quella volta, però, dev’essere scattato qualcosa. Forse abbiamo smosso l’anima bella che si nasconde sotto la nostra cotenna, forse ci abbiamo preso gusto, chi può dire. Il risultato però è sorprendente: da allora, abbiamo messo in piedi un firmificio nazionale di proporzioni colossali. Ormai nessuno nega più una firma a nessuno. Basta lanciare un appello qualunque e gli italiani rispondono con alto senso del dovere. Qualche volta, senza alcun rispetto per il senso del ridicolo.
Basta un semplice tentativo in Google. Cercando «appelli e raccolte firme» compaiono 127mila voci. Qualcuna si ripete e si sovrappone, ma la mole resta immane. Tira molto il comparto politica&impegno, della nota serie Saviano e complementari. Ma sin qui non ci sarebbe granché da commentare, perché in fondo la storia repubblicana è da sempre costellata di momenti simili, a partire dalle campagne referendarie. È tutto il resto a stupire. Quello che emerge è un Paese insospettabilmente impegnato e premuroso, con un tasso di sensibilità civica che, a giudicare dalle panchine nei parchi e dai bagni pubblici, nessuno direbbe mai. Eppure abbiamo un cuore generoso per le nobili cause. Anche per quelle che non lo sono. Non stiamo tanto a sottilizzare: la febbre è alta, la manìa dilaga, se qualcuno lancia un Sos il Firmificio Italia accende i motori e avvia la catena di montaggio. Dalla foca monaca in poi, ne abbiamo fatto uno sport nazionale.
Come dimenticare: tempo fa, l’agenzia Adnkronos registrava la grande adesione alla campagna lanciata dalla comunità montana Valli del Luinese e Canton Ticino per salvare la capra nera di Verzasca, razza magari non fondamentale nella catena alimentare del mondo, ma indispensabile per la sopravvivenza di diverse aziende a cavallo tra Italia e Svizzera.
A quel punto, per non fare preferenze, la solidarietà finisce inevitabilmente per estendersi a un sacco di altre rispettabili bestie. Molto sentita la causa disperata del maiale casertano, più noto nella zona come suino nero, anche se l’appello specifica che si tratta di un colore grigio ardesia. Allevato tra Campania, Molise e Lazio, il suddetto rischia grosso: il numero dei capi va progressivamente scemando, così da mettere in discussione i suoi destini futuri e gli equilibri economici di un comparto perennemente traballante. Via, come negare una firma al maiale nero: vogliamo restare insensibili alle problematiche dell’amabile suino?
È un fatto: quando entra in gioco un animale, la nostra coscienza si trasforma. Ancora aspettiamo che tanta reattività si estenda anche ai problemi della specie umana, ma siamo sulla buona strada. Per il momento, siamo presissimi con le povere bestie. Quando Apitalia ha lanciato lo slogan «Senza api il mondo è più grigio», gli italiani si sono precipitati a firmare l’appello, consapevoli che perdere 200mila alveari nel solo 2007 fosse un pessimo segnale per tutti.
E comunque: senza api è un disastro, senza pipistrelli può essere pure peggio. Così, grande adesione alla campagna per la conservazione del preziosissimo volatile, lanciata dal museo di storia naturale di Firenze. Molti di noi non hanno esitato neppure a dotarsi della pratica «bat-box», la casetta di legno che offre un confortevole alloggio all’insostituibile cacciatore di zanzare, sulle piante del giardino o sotto il tetto di casa.
Sì, abbiamo un cuore grande per gli animali, possiamo dirlo con orgoglio. E non soltanto per i nostri. La pietà supera confini e steccati. Una della campagne più riuscite, lanciata a Genova, riguarda gli orsi della luna. Non appena ne abbiamo appreso l’esistenza, ci siamo mobilitati al colmo dell’indignazione. Questi «moon bears» vengono chiamati così perché portano sul petto, tra il pelo scuro, una mezzaluna dorata. I cinesi - sempre loro, dannazione - li catturano da piccoli e li chiudono in gabbie minuscole. Lì restano per sempre. Vivono anche fino a vent’anni. In questo tempo crescono dentro le stesse gabbie. Le loro ossa si deformano orrendamente. Ma non è ancora nulla. I temibili allevatori cinesi tengono conficcato un catetere di metallo dentro la cistifellea dei poveri orsi, così da «mungere» continuamente la preziosa bile, considerata da tremila anni un potente antinfiammatorio. Una firma per liberare i 7mila orsi della luna chiusi nelle fattorie cinesi: non è molto, ma va concessa.
Non ci tiriamo indietro, in queste battaglie nobilissime. Per la «missione Dugongo» sono arrivate trentamila firme: si tratta di salvare questo animale, che nessuno ha mai visto, ma che assicurano simile a una mucca marina, ora in pericolo per la costruzione di una base aerea della Marina americana al largo della costa giapponese. Devono saperlo, gli yankees: per il dugongo siamo disposti a tutto.
E comunque: se il capitolo animale risulta così importante, non si creda sia il solo. La nostra solidarietà spazia su qualsiasi fronte. Giochiamo a tutto campo, aggrediamo gli spazi. C’è una petizione «Salviamo la mazurka». E firmiamo. C’è di più: una petizione per chiedere la legge speciale sullo spazzacamino. Vuoi negare una firma al vecchio spazzacamino?
Siamo pronti a salvare chiunque e qualunque cosa. Salviamo il fiume Farfa dai lavori del Polo industriale. Salviamo il fiume Oreto (centomila firme). Salviamo il Parco del Terminillo. Salviamo la Val di Susa. Vogliamo salvare il «Dizionario biografico degli italiani», opera cominciata nel 1960, 105 volumi previsti, 40mila biografie di connazionali importanti, ma ferma al 73esimo volume per mancanza di fondi. Vogliamo salvare con una firma la Fiera enologica di Taurasi, «soppressa dopo undici anni senza alcuna valida giustificazione». Di più: firmiamo molto commossi anche uno specifico appello per Sergio Endrigo (?, ndr).
Qui però mi fermerei. Troppo vasta la materia, troppo sconfinate le opportunità, per pensare a un quadro completo. Dirò solo questo: se qualcuno vuole cominciare a firmare qualcosa, il Firmificio Italia offre le più complete informazioni. Mi chiedo soltanto: esiste qualcuno, in Italia, che ancora non ha firmato qualcosa?