Fischer pronto al giro di valzer per non restare senza poltrona

da Berlino
Non tutti gli sconfitti tramontano con grazia. Pochi, inoltre, si danno per vinti. Non è mai stato vero come nell’immediato dopo elezioni tedesche. Che vive come se le urne fossero ancora all’orizzonte e la campagna elettorale in corso. Soprattutto Gerhard Schröder e Angela Merkel, due sconfitti che non rinunciano all’ambizione di formare il nuovo governo. Il primo ha perso la maggioranza, la seconda non è riuscita a conquistarla. Tutto sembra indicare che gli autori di questo pareggio saranno obbligati a governare insieme per i prossimi quattro anni.
Ma ognuno vorrebbe essere al timone. Schröder, pur avendo preso meno voti, si ritiene il legittimo successore di se stesso in quanto cancelliere uscente. E, se insisterà su questa linea, la Grande Coalizione sarà bloccata sul nascere. Ma, dato il risultato delle urne, questo stallo rilancia le sorti di un altro sconfitto, almeno altrettanto spregiudicato, Joschka Fischer: il ministro degli Esteri uscente non ha aspettato nemmeno un intervallo decente di «riflessione» per lanciare la candidatura propria e dei suoi Verdi. Sotto parole non troppo velate («ci dispiace di aver perso la maggioranza ma continueremo a fare il nostro dovere all’opposizione o in un altro ruolo») l’antico profeta della contestazione si offre come partner di un governo di centrodestra. Democristiani e liberali non ce l’hanno fatta ad avere una maggioranza? Aggiungete noi e i giochi sono fatti.
Poco importa il passato, le origini estremiste del movimento verde in Germania. Quello che conta sono le ambizioni di Joschka Fischer, che cerca ora di sfruttare la sconfitta per offrirsi sul mercato al prezzo più alto. In parte il suo è un bluff, in parte il riconoscimento di una realtà.
I socialdemocratici non gli servono più e non gli serve più, ma il voto verde può diventare «utile» in un altro modo, cioè saltando il fosso. Nel centrodestra non manca chi è già pronto a rispondere alla mano tesa di Fischer, soprattutto nella Cdu e, sorprendentemente nella Csu. Parla e si dice disposto il numero due della Merkel, Schaeuble; allude e si accoda placidamente a questo messaggio il leader bavarese Stoiber.
La Merkel non si compromette: per il momento può permetterselo e limitarsi a rispondere al fuoco di Schröder. A dire no ai Verdi sono i liberali, proprio perché il loro elettorato è meno impermeabile di quello democristiano a certe tentazioni. Guido Westerwelle ha già sparato una serie di no in tutte le occasioni che gli si sono offerte. Egli ironizza anche sul nome che nel gergo politico prenderebbe un governo conservator-liberal-ecologista. L’attuale coalizione rosso-verde, se vi si aggiungessero i liberali diventerebbe un «semaforo» perché il colore dei liberali nella tavolozza politica tedesca è il giallo. «Non bloccheremo la Germania a un semaforo» dice Westerwelle.
E tantomeno, si intende, alla combinazione di colori inedita cui Fischer tende: «il semaforo nero», con il colore della Cdu al posto del rosso socialdemocratico. L’intransigenza liberale si spiega con la naturale diffidenza nei confronti di accaniti avversari e anche col timore di perdere così il ruolo chiave conquistato colla bella avanzata di domenica. Ma alla fine saranno i democristiani a decidere. Se Schroder continuerà a rendere impossibile una Grande Coalizione non resterà altra strada che accondiscendere al mercato di Joschka il Fantasioso.