Fischi e insulti dei «pacifisti» per Bertinotti

Sugli striscioni: «8 marzo, la Camera vota la guerra in Afghanistan, giorno in-Fausto» e «Berti-not in my name». «Buffone» e «assassino» gli slogan più urlati alla Sapienza di Roma. La
stizza del presidente della Camera: «Pochi giovani totalmente isolati»

Roma - Se li misuri uno a uno, scopri che in fondo sono poco più di quindici metri. Eppure quei quindici metri sulla celebre e storica scalinata di Lettere - La Sapienza, Italia, università di Roma - sono forse i quindici metri più amari della carriera di Fausto Bertinotti. Una sorta di sliding door, il rito simbolico di passaggio dalla figura di eterno contestatore, a quella di perenne contestato.
Anche perché, tutto accade nel giro di pochi minuti. Il presidente della Camera ieri mattina doveva partecipare a un convegno sulla rinascita delle favelas, invitato dal presidente dell’Avsi Alberto Piatti (una Ong - dettaglio che per i contestatori ha il suo peso - vicina a Comunione e liberazione). È sceso dall’auto blu, ed è entrato a piedi, percorrendo il brevissimo tratto da piazzale Aldo Moro all’edificio della facoltà. Ma fin dai giorni del ’68 «Lettere» è per tutti una sorta di fortino da espugnare e la pattuglia dei no global che firmandosi «Rete di autoformazione», ha messo Bertinotti nel mirino era pronta e lo aspettava ben preparata fin dalle prime ore del mattino. Si tratta di venti o trenta ragazzi - quasi tutti giovanissimi, fra l’altro - e fanno parte dei collettivi antagonisti che avevano già organizzato (con la partecipazione di Oreste Scalzone) la celebrazione della cacciata di Luciano Lama del ’77. I contestatori avevano approntato una selva di cartelli e striscioni, piene di scritte, slogan, sfottò, fra cui si staglia quello destinato a lasciare il suo sigillo sull’intera giornata: 8 marzo, la Camera vota la guerra in Afghanistan: giorno inFausto.Senza contare il più sarcastico, quello che equipara il leader di Rifondazione nientemeno che a Silvio Berlusconi, coniando un improbabile slogan che pare modellato sugli storici sei per tre del Cavaliere: Bertinotti: un impegno concreto contro la guerra, spillette della pace per tutti! E che dire del maccheronico esibito da un altro, su cui si leggeva Berti-not in my name? E dell’altro su cui si leggeva: Dal comunismo alla Comunione? E del pubblicitario: No Berty, no war?
Poi, quando il presidente della Camera inizia finalmente a salire sulla scalinata, ci sono quei terribili quindici metri. I cartelli iniziano ad agitarsi, tra i ragazzi si leva un coro durissimo: «Buffone, buffone!», nemmeno si trattasse di qualche «ministro della guerra» della Casa delle libertà. Invece no, è proprio lui, «il subcomandante Fausto» che solo pochi anni fa si scambiava regali con il leader del Fronte zapatista osannato da tutte le sinistre ribelli d’Italia. Il presidente della Camera cerca a fatica un varco nella babele di gambe, corpi e braccia che si scontra omericamente sullo scalone: agenti della Digos, studenti, fotografi. Quando arriva a metà della sua via Crucis, invece che attenuarsi, lo slogan scandito diventa ancora più feroce: As-sas-si-no - As-sas-si-no!. Bertinotti arriva con fatica all’altezza della grande porta a vetri della facoltà. Tossisce un paio di volte, e si porta la mano alla bocca. A un tratto gli viene da rispondere, e grida, a una ragazza che lo insulta e lo filma contemporaneamente. Poi, varcato il portone, stringe la mano al primo dei sostenitori che gli capita a tiro. Ha al collo il suo immancabile portaocchiali, l’abito blu, una cravatta rossa. Per scaricare la tensione ripiega un foglietto di carta fra le mani. Ma sul viso ha stampato un sorriso strano, una smorfia avvelenata di amarezza che nessuno fino ad oggi gli aveva a mai letto sul volto in pubblico. Un ragazzo, con uno zuccotto di lana, gli occhiali da sole e un cartello «No war» lo segue fino all’ingresso dell’aula. Ma qui la Digos decide che è il caso di sbarrare la strada ai ragazzi della Rete. Dentro un lungo applauso della platea che aspetta. Ai microfoni del Tg1 il presidente della Camera non nasconde la sua stizza per ogni possibile parallelismo con la cacciata di Lama: «Come è stato detto molto autorevolmente nella storia, la prima volta è tragedia, la seconda farsa. Senza offendere nessuno - spiega il presidente della Camera - si trattava di cinquanta giovani totalmente isolati dall'assemblea. Allora, invece, purtroppo, fu un fenomeno di massa dalla sviluppo drammatico». Sì, è vero: 50 ragazzi, 50 cartelli, e 150 messaggi di solidarietà nel pomeriggio, da leader di ogni segno e colore, da Piero Fassino a Giorgia Meloni. Ma quei quindici metri restano comunque amarissimi.