Fischi e urla: il governo strappa la fiducia

Gianni Pennacchi

da Roma

La sacralità delle istituzioni s’è frantumata proprio nella Camera Alta, alle prime battute dell’appello per la fiducia al nuovo governo di Romano Prodi. Sembrava la Fattoria, anzi la Corrida. Veniva chiamato un senatore a vita, quello passava sotto la presidenza pronunciando il suo sì, e giù fischi dal centrodestra e applausi dal centrosinistra, in pari virulenza. Solo alla Levi Montalcini son stati risparmiati i boati di contestazione, forse in rispetto della fragilità. Ma i fischi se l’è beccati pure Carlo Azeglio Ciampi, per Oscar Luigi Scalfaro subissavano gli applausi e rischiavano di far venire giù il soffitto, il presidente dell’assemblea Franco Marini s’è messo a scampanellare bollando l’«indecente» e «inaccettabile» spettacolo - «nessun commento al voto né da una parte né dall’altra», esortava inutilmente - dai banchi del Carroccio gli han risposto «buffone, smettila!», poi s’è visto il leghista Massimo Polledri guadagnar di corsa il settore della Margherita e avventarsi su Francesco Ferrante, accorrere concitato di commessi, urla, strepiti, onde di fischi contro scrosci di applausi. Difficile dire «signora maestra ha iniziato lui». Forse la maggioranza che ha applaudito il primo e generoso sì, quello di Giulio Andreotti. O forse l’opposizione, stupita (!) per il voto di Ciampi. Tant’è che su 7 senatori a vita, al Prodi due «la vendetta» sono andati 7 sì. E il governo ha incassato la fiducia, con 165 voti contro 155. Senza astenuti, poiché il regolamento del Senato li equipara ai voti contrari. Marini non ha partecipato alla votazione rispettando la prassi. Assente il solo Giovanni Pistorio, senatore siculo/padano.
La polemica s’è trascinata sino a sera, perché il voto dei padri «eterni» avrebbe «falsato» l’esito. Il capogruppo forzista Renato Schifani, rintuzzando la «difesa d’ufficio» prestata lestamente da Marini, rimprovera i 7 presunti super partes spiegando che se ieri «si fossero astenuti, la fiducia al governo Prodi non sarebbe passata». Probabilmente è troppo, attendersi che s’astenessero dal momento che così avrebbero votato con l’opposizione, e due settennati di chiara impronta han prodotto questo «collegio» di laticlavi vitalizi. Però, anche se i magnifici e arzilli 7 fossero rimasti a casa o a bordo campo come Marini, Prodi avrebbe avuto ugualmente la fiducia, con uno scarto di 3 voti. Dunque il centrosinistra gioisce, martedì il suo governo avrà ancor più facilmente la fiducia di Montecitorio e sarà così nella pienezza dei poteri. «Meglio di così non poteva andare, abbiamo una maggioranza al Senato più ampia di quella del 1996», dichiara trionfante Prodi. «E’ la prova che il centrosinistra c’è, è compatto e in condizione di governare», assicura il ministro diessino Pierluigi Bersani.
Mezz’ora era durata la replica di Prodi, terminata a mezzogiono. Senza sorprese, perché l’improbabile rivolta dei senatori dipietristi che imploravano la resurrezione del ministero per gli Italiani all’estero - «ecco il 101° posto di potere», ha ironizzato Altero Matteoli - era rientrata di buon mattino. Però il premier ha dedicato all’argomento parecchi minuti, spiegando che l’indicazione di investirne invece un viceministro era venuta proprio dai «parlamentari eletti all’estero, anche d’opposizione»; e che il titolare della Farnesina, Massimo D’Alema, «si sta già consultando con loro» per individuare il candidato più gradito e condiviso.
Per il resto, Prodi ha ribadito le posizioni e gli impegni elencati il giorno prima nel discorso programmatico. Anzi, in politica estera ha rilanciato allargandosi, perché oltre al ritiro dall’Irak - «dobbiamo solo affrettarci a fare quanto annunciato» anche dal governo Berlusconi - ha promesso una «riflessione» pure sulle altre e «tante missioni all’estero» in cui siamo impegnati, perché non c’è «riconoscimento di questo ruolo in ambito internazionale». Un esempio per tutti? «L’Italia è stata esclusa» dall’arbitraggio nei problemi dell’Iran, paese col quale «abbiamo massimamente interessi politici ed economici», mentre c’è la Germania che manda i suoi militari in giro per il mondo con molta avarizia rispetto a noi.
Un discorso spesso sferzante, a tratti baldanzoso. «Se la vostra giovanile intemperanza me lo permette, vorrei andare avanti», ha irriso ai banchi di destra che lo interrompevano. Sulle opere pubbliche, dopo aver ribadito che non avranno il via «opere per le quali non c’è copertura», rispondendo a chi lo rimproverava che «inaugurerà opere iniziate dal centrodestra» ha spiegato che anche Berlusconi «ha tagliato nastri di opere varate dal centrosinistra», e sferzante ha aggiunto: «Ma non c’è problema, invito anche voi alle inaugurazioni». Infine, a chi gli gridava di non aver la fiducia del paese ha ribattuto secco: «Lo vedremo tra un paio d’ore».