Fischi in sala per «L’uomo privato» il film finanziato con soldi pubblici

da Roma

Possibile che fossero tutti capolavori indiscutibili? Mai un sorrisetto, una battuta, un fischio, neanche uno sbadiglio. A Venezia lo sport più praticato consiste nell'infiocinare gli italiani alle anteprime, ne sanno qualcosa i poveri Vincenzo Marra e Paolo Franchi. Alla Festa di Roma, invece, niente: al massimo un decoroso silenzio. Poi, un martedì sera, mentre metà dei critici vede altrove Into the wild, ecco scatenarsi sotto il tendone Ikea la bestia che è in noi. Al termine dei 100 minuti di L'uomo privato, la giuria popolare è esplosa. Fischi, buuu!, lazzi, parolacce, ironie sui selezionatori, riferimenti rabbiosi ai soldi pubblici. Tutto dal quadrante centrale della platea, appunto riservato alla giuria «democratica» pilotata da Danis Tanovic, Oscar per No man's land. Erano proprio infuriati, specie gli italiani, che sono una trentina su cinquanta, tutti selezionati con cristalline procedure. E pensare che la giuria popolare è il vanto della kermesse veltroniana, come spiega il catalogo: «Si vuole sottolineare il carattere non specialistico della Festa, che non è solo un incontro di addetti ai lavori ma anche un evento di grande partecipazione diffusa». Tuttavia sono proprio loro ad assegnare i premi pescando nei 14 titoli del concorso, con regolare discussione e successiva votazione. L'anno scorso il presidente Ettore Scola, scuro in viso in finale di partita, ebbe il suo bel daffare.
Certo non sarà stato contento Emidio Greco, regista di L'uomo privato, il cui titolo va letto nella duplice accezione: nel senso di privato, segreto, ma anche deprivato di un pezzo di sé. Film colto e intorcinato, punteggiato da musiche di Mozart, Schubert (e Bacalov), tremendamente d'autore, che il regista di Una storia semplice ha custodito nel cassetto per qualche anno, ritoccandone periodicamente il copione. Dice: «Detesto l'autobiografia. Parlerei semmai di autobiografia fantasticata, ma certo l'investimento esistenziale è piuttosto forte».
In effetti, sia pure nella differenza d'età, un fil rouge lega il brusco Greco al professore di Diritto incarnato da Tommaso Ragno. Quarantenne intelligente, sdegnoso, ricco e di buona famiglia, consulente di grandi aziende, naturalmente corteggiato dalle donne, verso le quali, leggiamo, «mostra un'accorta disponibilità». Poi però le molla, senza tanti complimenti, mal sopportandole. Così come riserva scarsa attenzione ai volti dei suoi studenti, finché uno di questi, salito da Pisa a Torino per tampinarlo, non si uccide. Perché l'ha fatto? E perché spiava ossessivamente, filmandone ogni passo, il suo professore?
Greco teorizza che «la struttura del film è totalmente insolita, non solo nel cinema italiano», che «al rapporto meccanico di causa-effetto preferisce il solletico dell'intelligenza», più gratificante per lo spettatore. Sarà. Respinto sia da Cannes sia da Venezia, il film ha ricevuto dal ministero un finanziamento di 1 milione e 800mila euro. Probabilmente il regista avrebbe preferito una diversa vetrina, vista l'accoglienza. Ma difende la Festa: «È intollerabile usare il cinema in modo proditorio per motivi di polemiche politiche e personali». Accidenti.