Un fischietto terremoto con epicentro Catania

Ormai a Catania l’hanno capito: peggio dell’Etna gorgogliante, ci può essere solo quell’arbitro fischiante. Poveretti, dici Farina (inteso come Stefano) e quelli si mettono le mani nei capelli. E attendono la calamità. E lui non li delude mai. Stavolta ha sbagliato la valutazione di un fuorigioco. Colpa del guardalinee d’accordo, ma il signor arbitro cosa ci stava a fare? Del resto Farina ha sbagliato così tante valutazioni, nelle sue oltre 200 partite, da far pensare che non si tratti solo di sfortuna o casualità: per esempio, sui gol di mano è un disastro.
Domenica sera, poi, ha aggiunto il carico da novanta: tanti saluti al terzo tempo. Sorta di arrangiatevi spiegato al volgo, con quella camminata un po’ isterica verso lo spogliatoio, quel viso tirato e nervoso, sull’orlo di una crisi di nervi sfociata in un pianto a dirotto. Un errore formalmente ancora più grave di quelli visti in campo. Farina non ha retto al sentirsi irriso e deriso dal pubblico: affronto troppo grande al suo grado di permalosità che raggiunge i livelli più alti della scala Mercalli. Sì, quella dei terremoti. Farina, infatti, è il campione del mondo dei permalosi. Titolo guadagnato anno dopo anno, che nessuno riuscirà più a strappargli. Ed allora ha salutato la compagnia, come mandasse tutti idealmente a quel paese (ed poi ha preteso che gli trovassero un albergo fuori città). Anche se ieri ha smentito l’idea ai microfoni Rai, spedito da Collina per medicare la figuraccia: «Non sono permaloso, ho saltato il terzo tempo per mantenere sereno l’ambiente. Col senno di poi, avrei potuto fare un’altra scelta».
Vero, però questa idea non è nuova nè a lui, nè al pubblico di Catania, che ricorda ancora quell’altra volta, dopo la partita con l’Albinoleffe, nel maggio 2006: vinse il Catania 2-1 e fu promozione in A. Ma l’arbitro se ne andò con un gesto interpretato in un solo modo. Senza dimenticare che l’anno scorso, ancora in febbraio, era lui l’arbitro del tragico Catania-Palermo, che portò alla morte del commissario Raciti: sfida sospesa due volte per lancio di lacrimogeni e decisa da un gol segnato con il braccio da Di Michele. E che dire del settembre 2006, quando Farina diresse un altro Catania-Messina (2-2), e furono incidenti? Forse qualcuno dovrebbe cominciare a cancellare Catania dalla geografia di questo quarantacinquenne signore nato a Genova, pensionabile a giugno ma che sta tentando di arbitrare un anno in più, appartenente alla sezione di Novi Ligure, dopo un raid in quella di Roma.
In effetti Farina dal 2003 ha trasferito la residenza da Ovada a Roma: in questi casi si parla sempre di problemi personali, cambi di vita o di amori. Lui valutò anche l’aspetto economico: avrebbe guadagnato meglio con i rimborsi. Ma dopo qualche anno ci ripensò: l’amor proprio gli impediva di non arbitrare le romane.
Di certo il suo angolo di gloria (?) se l’è ritagliato da tempo. L’anno scorso (dicembre 2006) Buffon gli fece notare: «Vabbè che dobbiamo espiare colpe, ma non esageriamo con i torti». La Juve aveva appena giocato con il Genoa, subito un rigore ingiusto, visto annullato un gol di Palladino per millimetrico (!) fuorigioco, e subìto l’espulsione di Nedved con l’accusa di aver colpito la caviglia di Bega e pestato il piede all’arbitro: furono 5 giornate. Farina non arbitrò la Signora per nove mesi. Invece arbitrò il primo derby milanese solo dopo 186 partite: finì 4-3 per l’Inter (2006), ma lui non si negò il protagonismo. Immacolato rispetto ad altre anime (giacchette) nere, ne uscì pulito quando qualcuno tentò di apparentarlo con la Gea. Invece mandò l’Empoli in serie B, informando l’ufficio indagini di certe strane proposte.
Lo hanno definito manager di successo, ma col fischietto è stato un perfetto combina guai. Ci vuole arte. E lui ce l’ha.