Fischio d’inizio per il tifo violento

E poi se la prendono con Zucchero Fornaciari. Eccoli, anzi, arieccoli. Il calcio torna in campo, si rigioca e rispuntano i delinquenti, riesplodono le bombe carta, riluccicano i coltelli. Il meraviglioso pubblico dello sport più bello del mondo, dicono ancora così, ha una voglia matta di farsi riconoscere dopo una breve pausa, robetta di un mese, anche meno. L’estate sta finendo, dunque prepariamoci alla solita sfilata di magliette fair play, teniamoci pronti al prossimo accorato messaggio alle folle, pronunciato da Matarrese o Abete, Petrucci o Melandri, cambiando l’ordine dei fattori e delle fattrici, il prodotto non cambia, aria fritta, parole di archivio, facce di circostanza le stesse che hanno provveduto all’elaborazione dei calendari, una ridicola adunata oceanica, caso unico a livello europeo, utile per l’album di famiglia e per i denari pagati dalla tivvù.
Riescono dalle loro tane i drughi, i feddayn, le brigate, i boys, gli ultras, studiano nuove strategie di contestazioni e di aggregazione, comunicano con i tam tam di internet, i rave party football sono tollerati in ogni dove, insultano i presidenti che non hanno comprato Pelè e Maradona, li ricattano minacciando di mettere a fuoco lo stadio (non soltanto quello) perché lo stadio è davvero la loro banlieu, lo okkupano, vi smerciano droga e affini. Usano la stessa tattica con i calciatori che non si allineano, che non vanno in curva con loro; li proteggono in discoteca, sono i loro body guard da strapaese ma se non aderisce, l’eroe è «invitato» a cambiare aria.
Lo Stato assiste e desiste: 15,4 milioni di euro sono stati spesi lo scorso anno per le Forze dell’ordine impegnate nelle partite di calcio, secondo la notizia offerta dalla Corte dei Conti, duecentoventimila sono stati gli uomini impiegati; con queste cifre si potrebbero risolvere forse i guai della ’ndrangheta di San Luca, della Camorra, della Sacra Corona e della Mafia. Il calcio non ha vergogna.
Per affrontare il problema era stata annunciata la grande svolta, mutuata dalle esperienze straniere: l’inserimento degli steward, guardie private, dotate di ogni arnese, compresa una pistola (soltanto il capo), per tenere a bada gli energumeni e garantire lo spettacolo. Ma gli steward, stando ai primi conti di bottega, costerebbero troppo ai club già onerati dalle spese per ingaggi, procuratori, cortigiani, dunque la svolta è stata «congelata», tanto lo Stato continuerà a fornire le sue prestazioni. Intanto la carovana si è messa in marcia. Le prime telecronache di amichevoli e tornei aziendali hanno confermato la tendenza vincente: l’enfasi dei cronisti serve a mettere in circuito l’euforia e, insieme, la faziosità, si scambia la passione con il fanatismo. Gli speakers degli stadi annunciano come assatanati le formazioni e i gol (soltanto quelli degli eroi di casa), sarebbe consigliabile l’etilometro o il tampone antidroga anche per questi patetici «comunicatori». Il calcio non si ferma, insomma, spara le sue cifre di mercato, riempie di colore rosso i bilanci, scalda le teste e i cuori dei tifosi, promette di essere cambiato dopo le vicende miserabili dell’estate violenta e volgare 2006, ma, fatte rare eccezioni, ripropone gli stessi personaggi e interpreti a fare e disfare. L’Uefa ha avviato un’indagine sui fatti di Lazio-Dinamo Bucarest, cinque cittadini romeni sono stati accoltellati fuori dall’Olimpico (nessun aggressore è stato arrestato!), all’interno dello stadio, un calciatore di colore della Dinamo è stato insultato dalla solita banda di razzisti. L’Uefa ha spedito fuori dai tornei quest’anno il Partizan di Belgrado per un motivo analogo, potrebbe adottare la stessa decisione nei confronti del club italiano già diffidato. La società laziale ha disapprovato il comportamento di uno sparuto gruppo di spettatori ma ha censurato la «strumentale enfatizzazione di alcuni organi di informazione sospinti dal desiderio di porre in cattiva luce la squadra e i suoi tifosi». Ecco, ci risiamo, la partita deve finire sempre pari, nessun colpevole, tutti innocenti, si gioca e basta, in attesa del giorno in memoria di Raciti. Il calcio è davvero pronto per ripartire con tutte le sue figurine e figuracce. Un bell’applauso e, dopo la pubblicità, restate con lui. E con Zucchero Fornaciari.
Tony Damascelli