«Fisco, con le nuove regole si spreca tempo e denaro»

Il 28 luglio i commercialisti manifesteranno a Palazzo Chigi

Laura Verlicchi

L'ondata di manifestazioni contro il decreto sulle liberalizzazioni non si arresta: il 28 luglio sarà la volta dei commercialisti e dei ragionieri. Le associazioni sindacali di categoria (Adc, Andoc, Snrc, Unagraco, Ungdc), hanno proclamato lo stato di agitazione permanente indicendo l’assemblea generale dei propri delegati a Roma di fronte a Palazzo Chigi. Una agitazione che non ha precedenti nella storia della categoria, di cui approfondiamo le ragioni con William Santorelli, presidente del Consiglio nazionale dei ragionieri.
Quali sono i motivi della protesta?
«Partiamo dalla prima critica, che è al metodo adottato dal governo, quello cioè del decreto legge. Quest’ultimo dovrebbe essere un provvedimento da adottare il meno possibile, solo per casi di urgenza assoluta, che in questo caso non c’era, né per i professionisti né per le imprese».
Fin qui il metodo: e nel merito?
«Non mi soffermerò sul tema della cosiddetta liberalizzazione delle professioni, su cui la nostra battaglia è condivisa con tutti gli altri ordini professionali. Mi limiterò a ricordare che ragionieri e commercialisti sono favorevoli ad una riforma delle professioni intellettuali, rispettosa delle esigenze del mercato, ma essa deve maturare in un contesto coordinato e concertato, affidata al dicastero competente, senza inorganiche e parziali anticipazioni. Quanto alle disposizioni fiscali del decreto, riteniamo che non diano nessun contributo realmente liberalizzatore ed incisivo del recupero della competitività».
Per quale motivo?
«Il decreto modifica, parzialmente, il sistema fiscale per professioni e imprese. Per quanto riguarda queste ultime, l’errore, dovuto a scarsa ponderatezza, è apparso evidente quasi subito: la retroattività dell’Iva sulle compravendite immobiliari, settore trainante dell’economia del Paese, avrebbe avuto conseguenze nefaste. Il governo ha dovuto quindi correre ai ripari, abrogando la norma per scongiurare una prevedibile serie di problemi, soprattutto per le imprese che avrebbero dovuto versare cifre enormi. Tuttavia anche questo nuovo provvedimento non convince, perché provoca un affastellarsi di norme di difficile comprensione anche per gli addetti ai lavori. E non è l’unico problema».
Quali sono gli altri?
«Potrei citare le modifiche alla tassazione societaria, l’Ires. Ma preferisco, ancora una volta, sottolineare la questione di metodo. Esiste una commissione, presieduta da Biasco, che ha appunto l’incarico di rivedere e correggere questa normativa, dopo aver sentito tutte le categorie interessate. Perché non si è deciso di coordinarsi con questo organismo, anziché optare per un provvedimento-spot che oltretutto non ha neppure grande impatto sulle entrate fiscali?».
Veniamo alle novità riguardanti i professionisti.
«Anche qui, non possiamo che giudicare negativamente l’introduzione di ulteriori complicazioni che gravano inutilmente sulla categoria. A cominciare dal divieto di ricevere dai clienti pagamenti in contanti al di sopra dei cento euro, che è stato solo rinviato al 2008 ma non abolito: un provvedimento che rischia di avere l’effetto opposto a quello voluto, cioè il contrasto all’evasione fiscale. Fra l’altro, la quota limite è troppo bassa: se proprio se ne doveva fissare una, perché non i 12.500 euro indicati nella normativa antiriciclaggio? E non è l’unico caso in cui si penalizzano insieme professionista e cittadino».
Ad esempio?
«L’accorpamento dei termini per le scadenze fiscali, eccessivamente ravvicinati, mette in difficoltà il contribuente e il professionista che lo assiste. È impossibile, come abbiamo già fatto notare, far fronte agli adempimenti nei tempi previsti, anche perché le società che mettono a punto i software per i calcoli non sono pronte. Ma soprattutto, è la «ratio» del provvedimento che ci sfugge: questa modifica, infatti, non cambia il gettito destinato all’erario, che resta identico. Perché allora questo aggravio, o quello imposto dall’invio telematico del modello F24 e dalla reintroduzione dell’invio dell’elenco clienti e fornitori, ennesimi obblighi per il professionista, costretto in pratica a lavorare per conto dell’amministrazione finanziaria? Senza dimenticare la questione dei rimborsi spesa per i professionisti, su cui pure si è intervenuti in modo precipitoso. Credo che sarebbe bene, invece, rivedere tutta la questione dei redditi da lavoro autonomo in modo organico, rendendo deducibili anche le spese per l’aggiornamento professionale».