Fisichella fa tremare Prodi al Senato

Il senatore, che era della Margherita, abbandona l'Ulivo e passa al gruppo misto: "Ero compatibile con i Dl, non con il Pd". Forza Italia lo corteggia, Fini vuol farlo tornare in An

Roma - Che resti nel gruppo misto dove s’è appena iscritto, che torni in An, la casa che egli stesso aveva contribuito a costruire, o approdi a Forza Italia che gli sta costruendo ponti d’oro, l’addio del senatore Domenico Fischella all’Ulivo è un terremoto devastante per la maggioranza di governo. Gli effetti potrebbero rivelarsi fulminanti, anzi micidiali, e in tempi molto brevi.

Non tanto per la bilancia dell’aula, pur se è vero che ora a Palazzo Madama Unione e Cdl si ritrovano in parità di eletti, 157 a 157: ma questo è un dato “politico” come suol dirsi, nella pratica concreta provvedono i senatori a vita a stampellare il governo. La “bomba” esploderà piuttosto nella commissione alla quale è iscritto e in cui lavora Fisichella, l’Affari costituzionali. È la prima, la più importante di tutte le commissioni di lavoro, perché senza il suo parere favorevole si blocca qualunque legge, dalle riforme più importanti alle leggine di settore. Sino a ieri la maggioranza aveva il vantaggio di un voto, 14 senatori su 27, aprendo così il semaforo verde ai suoi provvedimenti. Ora s’è ribaltato il rapporto di forza, col ritorno di Fisichella l’opposizione sale a 14 contro 13. E il governo, rischia di rimanere bloccato.

Insomma, l’8 settembre di Romano Prodi, che s’andava dipanando col contagocce, uno stillicidio estenuante e senza fine, improvvisamente s’è trasformato in Caporetto. Sì, al Senato il governo aveva perduto Rossi e Turigliatto, che ora lo condizionano da sinistra. Poi Manzione e Bordon, che lo condizionano da centrosinistra. Infine Dini con D’Amico e Scalera che hanno annunciato le «mani libere» da centro. Ma sempre lì, rimangono i Ghini di Tacco in sedicesimo: si son sganciati dalla maggioranza «organica» come si diceva una volta, passando all’«appoggio esterno» e «condizionato» volta per volta. Tant’è che Dini s’è ben guardato dal mollare la presidenza della Commissione Esteri, né Daniela Melchiorre, sua sottosegretaria alla Giustizia, è tentata dalle dimissioni. Anzi, da Bordon a Dini, nessuno ha ancora abbandonato formalmente il gruppo dell’Ulivo. Fisichella invece, professore insigne, monarchico e moderno esponente della destra storica, ha abbandonato la Margherita all’indomani delle primarie veltroniane, come aveva promesso, perché gli era insopportabile, anzi innaturale, far partito coi postcomunisti, e si è già iscritto al gruppo misto.

Tornerà in An o si terrà libero inquilino nella Casa delle libertà, facendo il padre nobile e super partes? Per ora, dice che voterà decidendo «volta per volta». Però è dato per certo un suo incontro oggi con Gianfranco Fini, e il leader cercherà di convincerlo a riprendere il suo posto tra i padri fondatori di An. Anche Francesco Storace, sarebbe felicissimo di averlo come nume della Destra, i due è da settimane che colloquiano intensamente ogni giorno, Storace lo ammette ma aggiunge: «So che deciderà autonomamente».

Anche Forza Italia lo corteggia intensamente, sarebbero felicissimi di annoverarlo tra i professori che nobilitano il loro gruppo senatoriale. Ma Fisichella è uomo altero e conscio del suo peso culturale, non basta promettergli un seggio anche nella prossima legislatura, per averlo. Di certo, il centrosinistra lo ha perduto.