Fitto intercettato 150mila volte: «Assurdo»

Stefano Filippi

nostro inviato a Bari

È tutto scuro, per Raffaele Fitto: la Lancia Thesis blu, il vestito blu, la cravatta blu, il morale nero. Alle 17,20 sgomma davanti all’hotel Excelsior, lo aspetta un centinaio di militanti di Forza Italia per un’assemblea sul referendum, gli applausi scrosciano ma il giovane ex governatore non riesce proprio a ritrovare il sorriso. Poche battute con i giornalisti: «Quello che ho da dire è nel comunicato dell’altro giorno, fa ancora testo». Cioè, che lui è estraneo alle accuse, tutti i contributi elettorali sono regolarmente registrati e l’intera storia è un’assurdità.
«Ogni cosa è alla luce del sole», ripete. Ma ecco l’affondo: «Parlerò più avanti, quando avrò letto tutti gli atti dell’inchiesta. Sono 17 faldoni con 150mila intercettazioni di telefonate mie e dei miei collaboratori. Convocherò una conferenza stampa e vi dirò quello che penso. Per ora continuo a svolgere la mia attività politica come sempre. E non cambierò numero di telefono. Ce l’ho dal 1996, non vedo perché dovrei usarne un altro».
Centocinquantamila intercettazioni. Un numero inimmaginabile, altro che Moggi o Vittorio Emanuele. La procura di Bari e la Guardia di finanza si sono sobbarcate un lavoro terrificante: ascoltare e sbobinare questa montagna di parole. E poi verificare le operazioni bancarie: sono stati controllati tutti i movimenti degli indagati dal 2002 a oggi, persone e società. Per poi chiedere tre custodie in carcere che il Gip ha declassato in arresti domiciliari per l’imprenditore Giampaolo Angelucci (re delle cliniche private nonché principale azionista di «Libero» e «Riformista») e l’editore salentino Paolo Pagliaro, mentre per il deputato di Forza Italia la misura restrittiva sarà vagliata dalla Camera.
Una richiesta che «avrà scarsissime probabilità di essere approvata a Montecitorio»: lo sostiene un ex parlamentare diessino che conosce bene i meccanismi delle immunità avendo guidato la Giunta per le elezioni del Senato. Giovanni Pellegrino, a lungo presidente della Commissione stragi e ora presidente della Provincia di Lecce, ieri ha diffuso una nota che difende Fitto e monsignor Ruppi e che giudica severamente la fragilità dell’impianto accusatorio dei magistrati baresi.
Centocinquantamila conversazioni, una maxi tangente da 500mila euro, altri 400mila euro di contributi elettorali sotto osservazione, beni sequestrati per 55 milioni, indagati un vescovo, un parlamentare, un imprenditore «rampante». È un’inchiesta appariscente quella della procura di Bari, piena di grandi numeri, di ambizione, e anche costosa. «Ma io dormo tranquillissimo, sono convinto che le ipotesi di accusa non resisteranno in un eventuale processo»: chi parla è il tesoriere di Fitto, un commercialista leccese dal doppio cognome, Aurelio Filippi Filippi, che compare in molte delle 150 pagine dell’ordinanza firmata dal gip Giuseppe De Benedictis. È lui che teneva i bilanci del movimento «La Puglia prima di tutto» fondato da Fitto in vista delle elezioni regionali del 2005.
Filippi Filippi, sentito ieri in procura a Bari, si è avvalso della facoltà di non rispondere. Ma la sua posizione è chiara, ed è la medesima di Fitto: «Tutto è regolarmente registrato. Per ogni versamento e ogni spesa esistono ricevute e fatture. La finanza ha sequestrato i rendiconti alla Corte d’appello di Bari, gli atti depositati in Parlamento, il registro-giornale del partito, la mia stessa contabilità personale. Cercavano fondi neri che non hanno trovato perché ci sono soltanto fondi alla luce del sole. È fanta-inquisizione».
«Avevo un ordine in campagna elettorale, che risulta anche dalle intercettazioni: registrare qualsiasi contribuzione secondo la legge - prosegue il tesoriere -. Ma la magistratura vuol fare passare il principio che ogni contributo elettorale versato da società che hanno avuto rapporti con l’amministrazione è una tangente. È un teorema raccapricciante. Che in Emilia Romagna non viene applicato alle coop rosse che finanziano i loro candidati». È allora un caso se molti contributi vengono da società (gli Angelucci, l’aeroporto, gli acquedotti pugliesi) che si sono aggiudicati appalti o sono controllate dalla regione? «Se passa il principio che questi versamenti sono frutto di corruzione si stravolge l’intero sistema di finanziamento ai partiti - risponde Filippi Filippi -. Qui non ci sono reati né contabilità parallele. I contributi giunti prima del voto sono stati contabilizzati nel registro dei contributi per la campagna elettorale. Invece quelli arrivati successivamente (anche da altri soggetti oltre gli Angelucci) sono stati segnalati in Parlamento come normali contributi politici».