Un fiume di cocaina tra Calabria e Lombardia Presi 15 trafficanti

La Guardia di Finanza sgomina una cosca della ’ndrangheta che riforniva il nord Italia. I proventi poi riciclati in attività «pulite»

Enrico Lagattolla

Al telefono parlavano di «ceste», «panini», «preventivi e fatture», «fotocopie» e «inviti a pranzo». Linguaggio in codice. In realtà, si trattava di cocaina. Carichi in arrivo dalla Colombia, in transito nel porto calabrese di Gioia Tauro, e diretti in Lombardia, dove venivano smerciati. Polvere pura al 98 per cento, pronta per essere «tagliata» e venduta nelle piazze del nord Italia. Quindici persone, ieri, sono state arrestate dai finanzieri del Nucleo regionale di Polizia tributaria, con l’accusa di associazione per delinquere finalizzata al traffico internazionale di stupefacenti e al riciclaggio. Dodici sono finite a San Vittore, tre agli arresti domiciliari. Un’ultima, anch’essa nel mirino degli inquirenti, si era invece suicidata nel maggio dello scorso anno, forse per motivi personali. Secondo le Fiamme Gialle «si tratta di un duro colpo assestato al famigerato clan calabrese dei Modaferri-Mondella, da anni operanti nella provincia di Como».
Le indagini, coordinate dalla Direzione distrettuale antimafia di Milano (e che si sono avvalse anche della collaborazione del Nucleo operativo antidroga della Gdf di Catanzaro), erano iniziate nel maggio del 2001, con le prime intercettazioni telefoniche. «Conversazioni - spiega il pubblico ministero Marcello Musso, titolare dell’inchiesta - da cui è emerso il modo di operare degli indagati». I meccanismi del traffico di stupefacenti, e «i rapporti degli indagati con la ’ndrangheta». Si scopre, dunque, che l’associazione operava tra la Lombardia e la Calabria, due snodi fondamentali nella rete dei trafficanti. Base operativa in Brianza, viaggi all’estero per concordare quantitativi e prezzi, e le piazze milanesi, comasche, liguri, emiliane e siciliane come mete finali dello spaccio.
«Lo stupefacente - spiegano i militari - veniva acquistato puro al 98 per cento direttamente dalla Colombia in lotti di 10 chili al mese, al prezzo di 35mila euro al chilo». Quella stessa cocaina veniva poi «tagliata» anche sette volte prima di essere destinata alla vendita al dettaglio (sfruttando una fitta rete di «pusher»), così da permettere un profitto di circa tre milioni di euro a partita.
Inoltre, nel corso delle perquisizioni sono stati sequestrati 150mila euro in contanti. Denaro frutto dell’attività di spaccio, e destinato ad essere riciclato attraverso mirati investimenti (mobiliari e immobiliari), prevalentemente in Calabria. Dunque, i proventi nati in Lombardia venivano messi a frutto direttamente sul territorio dalla ’ndrangheta.
Erano per lo più le tre donne dell’associazione ad occuparsi degli investimenti. In una delle telefonate intercettate, uno degli indagati parla con la madre. «Facciamo attenzione che i conti tornino - le dice -. Ne va della mia vita». In un’altra, si fa riferimento al porto di Gioia Tauro, dove qualcuno del gruppo deve andare «per comperare quindici, venti pezzi». Partite di cocaina.
«L’indagine - conclude Musso - dimostra come gruppi calabresi, da sempre dotati di preoccupante pericolosità, continuino a operare nel comune di Milano, nell’hinterland e in Lombardia». Il magistrato esprime «grande soddisfazione perché, questa volta, il giudice per le indagini preliminari (Giorgio Barbuto, ndr) ha provveduto con grande rapidità a disporre sedici misure di custodia cautelare su altrettante richieste».