Il fiume nero soffoca il Po Prossima vittima: il mare

ATTESA Si teme per agricoltura e turismo. Ma Bertolaso promette: «Tra 24 ore il peggio sarà passato»

Lo sguardo va oltre. Deve andare oltre, verso il mare. Oltre i patetici salsicciotti galleggianti tirati da una sponda all'altra a Orio Litta, là dove il Lambro ha sversato nel Po tonnellate di veleni, risultato di quello che il ministro dell'Ambiente Stefania Prestigiacomo ha definito ieri «un fatto gravissimo, un attentato alla salute dei cittadini». Lo sguardo va così oltre il corso del Padre Fiume in quel di Piacenza, dove pescare è divenuto d'autorità un ricordo. E scavalca anche Isola Serafini, dove la corrente frena, riducendo il passo e lasciando tutta la porcheria che può contro una barriera di 400 metri. «Proprio qui, nelle prossime 24 ore, recupereremo la gran parte della massa oleosa prima che arrivi al Delta», promette il capo della Protezione civile, Guido Bertolaso. Lo speriamo noi tutti, italiani di ogni dialetto, così come - «sperem!» - avrebbe gridato Giuan Brera, grande figlio del Grande Fiume.
L'immagine della vigile attesa è però superata, dai fatti e dall'onda nera sempre più veloce, perfino nel Parmense, dove il corso diventa di fatto, per geografia e letteratura, guareschiano. Perché già alle 6 di ieri quel manto viscido in sospensione sull'acqua ha inziato a sfiorare le fertili sponde parmensi a Zibello, a Sissa e a Mezzani, prima di entrare in provincia reggiana. Un disastro, una maledizione biblica se quel serpentone fetido non continuerà a mantenersi - starà pregando Don Camillo? - al centro del corso del Po, risparmiandone per ora gli argini, delicati e permeabili confini di quella Food Valley tricolore da dove scaturisce il 40% del pil italiano e il 35% della produzione agricola.
Ma è al mare, che ora si deve guardare. A quell'Adriatico che già boccheggiava di suo, soffocato dall'eutrofizzazione. E non ci si venga a dire che è colpa solo dei veleni e della cacca dei milanesi trasportata da quell'orco cattivo del Lambro. Certo, ora ci si è messo anche il petrolio. Ma nel Po si riversano da anni - è sempre stato fatto, tacendo perché non si doveva dire - i liquami delle porcilaie targate coop rosse. Giù tutto in mare, a nutrire le alghe e altre «creature» che rubano l'ossigeno ai gamberetti e alle vongole. In realtà lui, il Lambro, sfortunato ex fiume che per i romani era «chiaro»; cantato da Plinio come il «Figlio delle Alpi»; e sempre lui, «limpidissimo fiume» per Petrarca, di questa brutta storia è a ben guardare una delle vittime. Le altre, a breve, quasi a ore, potrebbero essere le attività turistiche della Riviera romagnola, grande industria di alta professionalità e dai prezzi contenuti rispetto alla qualità offerta. Ora è lì che la paura inizia a correre sul filo dell'acqua. La grande chiazza di morchia viscida è attesa alla foce in Adriatico la mattina di domenica prossima, 28 febbraio. Proprio quando la signora Moratti - a fare il raffronto tra le due emergenze vien quasi da ridere - rimetterà a piedi i milanesi.
Ora farebbero meglio tutti a rivolgere i loro sguardi in direzione del mare. Da Rimini a Riccione, da Cesenatico e Milano Marittima. Lì dove stanno già lucidando gli ottoni delle maniglie, l'acciaio delle pentole e oliando le stecche degli ombrelloni. Lavorano per essere di nuovo pronti alla benvenuta invasione dei soliti herr und frau Fritz e ormai anche dei tanti tovarish in carne e rubli in arrivo dalla Russia. Ma bisogna far presto. Prima di quell'onda nera. E prima che a cavalcarla siano certi giornali stranieri. È successo, potrebbe succedere ancora.