Un fiume di soldi a coop e camorra: così è naufragato il progetto del Sarno

Le inchieste vennero archiviate, ma i pm napoletani «dimenticarono» i reati fiscali e finanziari

Gian Marco Chiocci

nostro inviato a Napoli

Un fiume di denaro sprecato. Oltre 500 miliardi della vecchia moneta bruciati in un quarto di secolo nell’hinterland vesuviano-salernitano nell’utopistica speranza di risistemare il cosiddetto Canale Conte Sarno, diciotto chilometri di cemento armato per la canalizzazione di acque bianche e nere, fognarie e fluviali, da convogliare nel fiume più insanguinato d’Italia (137 i morti dell’alluvione del ’98) e più inquinato d’Europa: il Sarno.
Il progetto impossibile
È la storia senza fine di uno dei più grossi scandali del Mezzogiorno, con un progetto di realizzazione del canale iniziale calcolato sui 15 miliardi e lievitato di anno in anno fino a superare i 250 milioni di euro. È la storia surreale di un progetto faraonico impossibile da realizzare, che nasce nei primi anni Ottanta e muore nel 1995 per una serie di motivi: perché c’è una «improvvisa» rimodulazione del progetto di disinquinamento del Golfo di Napoli, perché «improvvisamente» i finanziamenti finiscono, perché «all'improvviso» le ruspe si ritrovano a ridosso degli scavi di Pompei che nessuno aveva calcolato nonostante fossero stati sempre lì, dal 79 dopo Cristo. È soprattutto la storia controversa delle Coop rosse che questo progetto del fiume-cloaca lo gestiscono dall’inizio con enormi introiti finanziari e qualche incidente di percorso come l’arresto di alcuni alti dirigenti accusati di intrallazzare con la camorra, accuse poi cadute per prescrizione o per sentenza passata in giudicato nei modi che la Commissione d’inchiesta sulle cause dell’inquinamento del fiume Sarno - presieduta dal senatore Carmine Cozzolino di An - sta rileggendo con altri occhi grazie a nuove carte allora sconosciute.
È una storia pazzesca, questa del piccolo grande “affluente” ridotto una discarica. Vede la luce con la ricostruzione post-terremoto in Campania allorché il Cipe smista i lavori per la ricostruzione. Tra i tanti lotti vi è l’edificazione di 5/600 appartamenti di edilizia popolare a Boscoreale, un comune della provincia di Napoli. Inopinatamente (come sosterranno i consulenti della procura distrettuale antimafia) a metà degli anni Ottanta a questi alloggi vengono “agganciate” altre due opere che non avrebbero proprio tutti i requisiti per rientrare nelle fattispecie prevista dalla legge post-terremoto: si tratta di una strada che scende dal Vesuvio e un piccolo imbuto di scolo inscatolato sul Sarno.
Alle coop rosse vengono affidati in trattativa privata in concessione la progettazione dei lavori del Canale, e anche la realizzazione degli stessi. Come ricorda alla commissione d’inchiesta il pm napoletano Filippo Beatrice (che con il collega Paolo Mancuso fu titolare dell’indagine in questione) a forza di investigare emergono comportamenti procedurali sospetti tanto che la procura arriva a ipotizzare la turbativa d’asta, salvo poi fare marcia indietro e chiudere il fascicolo in archivio per intervenuta prescrizione.
Le rivelazioni dei boss
L’indagine della magistratura partenopea ha un’impennata quando le dichiarazioni di pentiti di camorra considerati fra i più attendibili (Pasquale Galasso, Carmine Alfieri, Antonio Bifolco) trovano riscontri negli accertamenti dei carabinieri del Ros e nelle consulenze tecniche affidate a due periti di Torino che nel confermare i dubbi sui reali requisiti dell’opera Conte Sarno nei lavori post-terremoto, danno supporto a ciò che sta emergendo sui presunti artifizi illegali delle coop rosse attraverso il ricorso alla lievitazione dei prezzi, le false fatturazioni, le truffe, eccetera.
La procura sostiene che le coop non siano vittime di intimidazioni della camorra ma socie in affari del clan Alfieri. Il quadro probatorio è imponente, si arriva alla richiesta d’arresto e di rinvio a giudizio per boss e dirigenti della coop per 416 bis, associazione per delinquere di stampo mafioso. Le accuse reggono bene al vaglio cautelare ma non a quello dibattimentale (il tribunale di Nola, infatti, nel 2002 assolverà i dirigenti coop).
Come si evince da un dossier del senatore Luigi Bobbio di An, nelle motivazioni della sentenza si fa presente che la Dda di Napoli si è sostanzialmente «dimenticata» la contestazione dei reati fiscali, finanziari e di truffa. «I pubblici ministeri - osserva Bobbio nel documento - si sono attivati prima per dimostrare l’associazione mafiosa, poi cambiando e ridimensionando il capo di imputazione nel concorso esterno, col risultato che evidenti reati di altro tipo non sono stati portati all’esame dei giudici di Nola, che di ciò si sono rammaricati. Proprio sotto questo aspetto nella sentenza - continua Bobbio - si rifà la storia del cinico meccanismo di riversamento dei costi sostenuti dalle coop per pagare la camorra: attraverso la sovraffatturazione, rientravano delle spese dovute alla criminalità campana. Il sistema prevedeva poi di far ricadere sul concedente (il Cipe) i maggiori costi derivanti dalle pretese mafiose». Ma c’è un altro dettaglio singolare, a detta di Bobbio: «Il pm Mancuso ci ha detto che loro non avvisarono né la Corte dei conti né il Cipe riguardo a queste false fatturazioni e ai prezzi gonfiati perché ritennero che il clamore di stampa era stato tale che non era necessario avvisare ufficialmente le istituzioni preposte». E i lavori sul Canale Conte Sarno, nel frattempo, che fine hanno fatto? Il 13 ottobre 1995 vengono bloccati quando mancano due soli chilometri al completamento perché non c’è più un soldo e perché il progetto inciampa con sorpresa a ridosso del sito archeologico più famoso al mondo che si vorrebbe bypassare in profondità con un tunnel di due chilometri. Legambiente si oppone, la Sovrintendenza nicchia, gli addetti ai lavori si dividono. Che fare? C’è chi spinge per la rescissione del contratto alle Coop (fra i tanti anche il commissario di governo, generale Jucci), chi per ulteriori soluzioni alternative, chi ritiene l’opera ormai inutile e sbagliata (come Giuliano Cannata, segretario generale dell’Autorità di bacino del Sarno), chi si affida alla politica nella speranza di racimolare altri 400 miliardi. I lavori si fermano per non riprendere più, il danno ambientale potenziale - per come lo racconta l’11 gennaio 2005 alla commissione d’inchiesta l’ingegner Giovanni Topa del Genio civile di Napoli - rischia di essere terrificante. Le coop, intanto, battono cassa.
Evento «imprevedibile»
Pretendono (e ottengono) di essere pagate sia perché sono loro la gestione e la manutenzione dell’opera incompiuta (7 milioni di euro l’anno, 42 negli ultimi sei anni) sia perché l’interruzione improvvisa dei lavori a due passi dagli scavi di Pompei è stata ritenuta non ricollegabile a una loro inosservanza contrattuale bensì - come scrive il consulente tecnico nominato nel collegio arbitrale - a un «evento imprevedibile», imponderabile dunque, non previsto rispetto a quanto riportato nel progetto. Forti di questa perizia giurata - riferisce in audizione il prefetto Carlo Schilardi, commissario straordinario per il contenzioso - le coop hanno vinto tutti i lodi arbitrali intascando decine di milioni di euro. Schilardi giura d’essersi battuto per chiudere la vicenda ma la Regione governata da Bassolino ancora prende tempo rispetto all’unica soluzione possibile: pagare una penale da qualche milione d’euro e rescindere consensualmente il contratto con le coop. Perché?
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