«Il fiume sommerso della città, una lunga storia di costi e risorse»

Pietro Lembi racconta come le vie fluviali nel corso dei secoli hanno condizionato l’economia, la vita quotidiana e la stessa struttura urbana

Si sa che in una città il nuovo non sempre riesce a vivere accanto alla bellezza del passato, che così viene dimenticata o nascosta. Altre volte invece il connubio fra passato e presente viene celebrato con soluzioni architettoniche e paesaggistiche che continuano a sorprendere per la capacità di dar forma al futuro. Quante volte passeggiando il nostro sguardo si perde alla scoperta di quelle immagini perdute della città che solo la nostra fantasia può richiamare in vita. Una delle più sorprendenti è sicuramente quella che ci presenta Milano come una città molto simile a Venezia, anzi, a sentire Stendhal, addirittura «più bella», e questo per la presenza dei Navigli che, ai tempi in cui lo scrittore francese qui era solito far tappa, rappresentavano l’ossatura della città.
Oggi è difficile immaginare la bellezza dei canali e delle chiuse, i colori della vita che procede in simbiosi con lo scorrere dell'acqua. È una storia lunga quella a cui l'interramento dei canali (iniziato nel 1929) ha in parte posto termine, una storia d'amore fra l'acqua e la città. Una storia ricostruita da Pietro Lembi - docente al Politecnico, studioso di pianificazione urbana e territoriale - nel libro Il fiume sommerso. Milano, le acque, gli abitanti (Jaca Book).
«Le azioni che compiamo con l'acqua - dice l'autore - sono le stesse oggi come millenni di anni fa. Oggi, ad esempio, ci riponiamo il problema di come percepire il ritmo delle acque di Milano, ora per lo più sotterranee, sporche e nascoste; di come valorizzarlo e coniugarlo con quello della città contemporanea e della sua velocità. Ci sono due discorsi: uno privato, che riguarda l'utilizzo dell'acqua da parte di ogni singolo cittadino; e uno pubblico, che riguarda le scelte della collettività e delle istituzioni: ed entrambi hanno a che fare con l'epoca in cui viviamo. Non più quella premoderna (dove l'acqua era motore di quasi tutte le attività: militari, trasporto, ecc.), non più quella moderna (dove essa era d'intralcio ai nuovi flussi cittadini ed era funzionale soprattutto come forza motrice delle fabbriche), ma quella contemporanea: forse ci manca ancora quest'immagine. L'immagine capace di tenere assieme la vita contemporanea di Milano e le sue acque».
L'acqua non rappresenta solo bellezza, ritualità, opportunità, ma anche problemi e costi.
«Certo, oggi come allora. Alla voce dell'acqua si associa sempre una dimensione materiale, di fatica e ingegno. Ogni pozzo a cui un tempo si attingeva, e che era luogo di incontro tra donne e uomini, rappresentava anche il frutto di uno scavo impegnativo nella profondità della terra e di una costruzione fatta di pietre tagliate e trasportate. Come portare l'acqua, come arginarla, come assicurarsi che sia salubre? Cambiano oggi le tecnologie, le funzioni della metropoli si moltiplicano, ma il tema resta lo stesso: dimensione “poetica” e dimensione funzionale sono intrecciate e inestricabili: come far fronte allo straripamento dei fiumi sotterranei? Come arginare la loro pressione? Come assicurarsi un'acqua potabile al sicuro dalle invasioni chimiche? Come prendersi cura dei canali navigabili e di irrigazione? È impossibile pensare di averne cura senza finanziamenti e tecnologie, ma impossibile anche pensarli ben funzionanti e sicuri se gli abitanti non gli danno un significato tale da utilizzarli e averne rispetto».
Ma sopravvivono ancora questi luoghi «simbolici» che raccontano il connubio della città con l'acqua?
«Sì, ad esempio è interessante constatare come una delle principali fonti storiche di Milano, Santa Maria alla Fontana, per secoli considerata terapeutica, alcuni decenni fa è stata compromessa dall'incendio di una fabbrica e dalla fuoriuscita di catrame. Ed è interessante constatare come il principale snodo dei navigli di Milano preveda la creazione di un posteggio di auto proprio sotto all'acqua. Al di là di ogni valutazione politica, e anche urbanistica, questi avvenimenti, apparentemente banali, ci raccontano la storia di una relazione con l'acqua da parte della modernità. Spesso passiamo vicini ai simboli senza rendercene conto: migliaia di persone passano ogni giorno accanto al battistero di San Giovanni, posto sotto al sagrato del Duomo, senza sapere della sua presenza e quindi senza vederlo dietro ai vetri della stazione della metropolitana. Per rendere un luogo simbolico ci vuole una adeguata sistemazione architettonica ma anche una consapevolezza da parte delle persone».
Qualche proposta?
«Forse si potrebbe guardare agli interventi degli ultimi anni in cui l'acqua è stata riportata alla luce, guardare a come questi vengono vissuti e percepiti dagli abitanti e da chi utilizza la città, per creare una sorta di inventario di interventi possibili. Fontane esistenti e da inventare, piccoli o grandi specchi d'acqua, canali, antichi e nuovi edifici dell'acquedotto, la pulitura dei fontanili. Detto questo, è forse facile intravedere possibili sviluppi futuri legati all'acqua, come ingrediente fondamentale per uno stile di vita contemporaneo che richiede, per esempio, qualità della vita e degli spazi anche del divertimento per attrarre studenti stranieri, businessmen ecc., oppure spazi pubblici di benessere e di cura in aggiunta alle grandi macchine ospedaliere di alcuni decenni fa. Si pensi, per esempio, all'emergenza caldo per gli anziani, e a quanto l'acqua sia capace di generare luoghi freschi d'estate. Insomma, una serie di progetti che vadano incontro a fasce nuove di popolazione. Sono tanti i temi da riprendere in mano, con una visione unitaria ma con modi diversi di sperimentare».