Fiumi di porpora e sangue scorrono tra le Alpi francesi

In edicola da oggi a 5,90 euro con «il Giornale» il thriller del parigino Jean Christophe Grangé

Carlo Faricciotti

Jean Christophe Grangé, l’autore de I fiumi di porpora - in vendita da oggi con il Giornale a 5,90 euro più il prezzo del quotidiano nella traduzione di Idolina Landolfi - non appartiene alla genealogia classica del noir francese - quello sporco e bastardo degli Izzo, dei Malet, dei Le Breton - né a quella della detection malinconica alla Simenon. Piuttosto il quarantenne Grangé (è nato nel 1961 a Parigi) mescola queste sue ascendenze con l’horror e il fantastico, senza disdegnare le ricerche scientifiche più estreme. Se I fiumi di porpora, con i suoi richiami agli esperimenti genetici del nazismo (basti dire che i fiumi del titolo non sono da intendere in senso geografico, ma di circolazione corporea) può richiamare l’Ira Levin de I ragazzi venuti dal Brasile, anche gli altri suoi libri (Il volo delle cicogne, L’impero dei lupi, Il concilio di pietra) si nutrono di richiami tanto al cinema e alla letteratura «di genere» quanto agli orrori della cronaca quotidiana.
Non a caso L’Express, nel maggio di quest’anno, scriveva «Per tutti quelli che nell’attualità quotidiana non trovano dosi sufficienti di angoscia, morti violente e follie umane, ecco Jean Christophe Grangé (...) difficile spingersi più lontano nella costruzione di una trama dalle mille sorprese (obbligando a volte l’autore a difficili contorsioni) e l’esplorazione di menti malate».
Mai sottovalutare «l’immaginazione e l’abilità di Grangé, che prosegue i suoi virtuosismi da equilibrista sulla frontiera del verosimile e del fantastico, per costruire storie che fanno gelare il sangue (...) A metà strada tra Arsenio Lupin e Hannibal Lecter, i personaggi di Grangé sono vittime di un meccanismo infernale e di un intrigo psicologico dai risvolti classici, ma sincronizzati come un orologio svizzero, senza lasciare nulla al caso. E lasciando il lettore senza fiato fino all’ultimissima pagina. A 42 anni e dopo quattro romanzi, Grangé sembra oggi aver raggiunto le vette della sua arte. Ma non ha già dimostrato di essere in grado di spingersi oltre le frontiere del possibile?».
I fiumi di porpora inizia vicino a Grenoble, dove viene rinvenuto il cadavere orrendamente mutilato di Rémy Caillois, bibliotecario capo dell’università di Guernon, tanto prestigiosa quanto elitaria, e non in senso figurato. Caillois, tra le altre sevizie, ne ha subita una molto particolare: «L’assassino ha lavorato sotto le palpebre. Con uno strumento affilatissimo ha sezionato i muscoli oculomotori e il nervo ottico, poi ha estirpato i globi oculari. In seguito ha grattato con cura, ha forbito l’interno delle cavità ossee (...) tracce di emorragia potrebbero indicare che Caillois era ancora vivo durante questa operazione».
Intanto nella vicina regione del Lot viene profanata la tomba di un bambino di dieci anni scomparso in circostanze misteriose. I due casi si intrecciano, e così i destini dei due poliziotti incaricati delle indagini - il roccioso parigino Pierre Niemans e l’arabo-francese Karim Abdouf - tra false piste, macabre scoperte, gelosie professionali e vendette famigliari.
Oltre che nell’intreccio, a Grangé piace esercitarsi nel tratteggio dei personaggi: Abdouf, nato a Nanterre, ex tante brutte cose (teppista, ladro di automobili, picchiatore) diventa poliziotto non perché folgorato dal Bene sulla via di Damasco ma perché capisce che così «avrebbe agito nello stesso universo occulto, ma al sicuro di leggi che disprezzava, all’ombra di un paese su cui sputava con tutta l’anima. Dagli anni dell’infanzia questo aveva imparato: non aveva origini né patria né famiglia. La legge se la faceva da solo, la sua patria era il suo spazio vitale».
Hard-boiled come Abdouf, anche Niémans è scolpito con rudezza: «Fece una doccia, si curò qualche graffio leggero e si osservò nello specchio. Aveva il volto ossuto, rugoso. Capelli a spazzola, grigi e lucidi. Occhiali montati in metallo. Niémans sorrise alla propria immagine: non gli sarebbe piaciuto incontrare un simile ceffo in una via deserta».