Fiumicino, c’è chi non festeggia: perdiamo il posto

Viaggio fra gli scontenti dello scalo romano. "I sindacati si assumano le responsabilità del dissesto: hanno rifiutato sacrifici tollerabili"

da Roma

Sarah ha paura. Si sente accerchiata e tradita, quasi un’aliena, qui, oggi. «Festeggiare? E che cosa avrei da festeggiare, che rischio di perdere il posto? Io non li posso nemmeno sentire nominare i sindacati, dopo ieri poi...». Si guarda in giro, aggiustandosi i capelli. «Certo - riprende - non sono la sola a pensarla così. Ma se dici qual è la tua opinione, qui in aeroporto, se provi a dire che un altro sciopero affossa la compagnia, nella migliore delle ipotesi finisci isolata e ti guardano come se avessi la peste». Parla tutto di un fiato, inarcando le sopracciglia e continuando a tenere gli occhi sul monitor davanti a lei. Siamo ai banchi delle partenze del Leonardo da Vinci, è il day after della rottura delle trattative con Cai.
E la giovane addetta al check-in è la prima a uscire dal coro. Parla controvoglia. «Mi devo sfogare», quasi si giustifica. «Anche io non sono contenta di dover lavorare più ore a parità di stipendio, visto che certo il personale di terra non è una sacca di privilegi, ed è formato all’80 per cento da precari, spesso di lungo corso», sospira la ragazza stringendosi nella giacca verde «d’ordinanza», «ma personalmente - prosegue, mentre sul nastro accanto a lei scorrono i bagagli dei passeggeri in partenza - mi sembra un sacrificio tollerabile soprattutto se l’alternativa, proposta pure come un successo è mandare tutto all’aria, e noi per primi a casa. Io al lavoro, e a questa azienda, ci tengo». E ai sindacati che difendono la linea dura perché fondamentale a «tutelare sicurezza e dignità dei lavoratori», questa giovane precaria replica stringendo i pugni. «Strano però che per anni l’azienda abbia potuto “stagionalizzare” categorie come la mia, o come gli assistenti di volo, condannando migliaia di persone a un lungo precariato mentre i sindacati non facevano nulla, né quelli che hanno firmato l’accordo né quelli che l’hanno fatto saltare». Una pausa, c’è un altro passeggero da imbarcare, poi Sarah riprende: «E sì che l’Alitalia ha costi sindacali molto più elevati di qualsiasi altra compagnia aerea. C’è gente che è distaccata da anni, colleghi che qui non si vedono mai. Ci sono cose nell’accordo proposto dalla Cai che vanno riviste, certo. Ma anche richieste di fronte alle quali bisognerebbe solo abbassare gli occhi e tacere. Fa schifo leggere che qui siamo tutti privilegiati, ma negare che ci siano situazioni assurde che hanno contribuito al dissesto, assieme alla pessima gestione, non è onesto».
Sarà l’incertezza di questa giornata di pioggia, sarà che molti non si aspettavano una rottura drastica delle trattative, ma la critica «interna» contro le organizzazioni sindacali stavolta non resta isolata. Flavia e Angela, anche loro «stagionali» ai banchi del check-in, sono molto più dure della loro collega con l’accordo proposto. Se la prendono con Benetton, «socio della Cai e al vertice di Adr, a proposito di conflitti di interesse», si lamentano degli «inaccettabili tagli» ai notturni «che almeno a mille euro al mese adesso ci fanno arrivare». Ma paradossalmente, anche se dicono di condividere la rottura delle trattative, sul sentirsi rappresentate dai sindacati hanno molti dubbi: «Che dire, per anni non hanno mosso un dito in difesa dei lavoratori più esposti, come noi. Ora fanno la faccia cattiva, ma la linea dura a questo punto lascia il tempo che trova».
Tra chi tifava per l’accordo e chi tifava contro, c’è anche chi, come i due dipendenti al lavoro in biglietteria, si affida al pragmatismo. «Personalmente avrei preferito Air France, ma non siamo mica scemi, non esultiamo perché la trattativa con Cai è saltata. Speriamo semmai che si ricominci seriamente, discutendo punti che per noi sono essenziali, come il rispetto di festivi, straordinari e quattordicesima», sospira Guido, toccandosi le mostrine con il logo della compagnia sulle spalline della camicia bianca. E parte una frecciatina alle nove sigle che rappresentano il trasporto aereo. «Lavoro da anni in questa azienda - scandisce - e di sprechi ne ho visti tanti, in primis da parte del management. Ma su questa situazione, sulle storture che hanno portato alla crisi, le responsabilità del sindacato sono forti».
L’altra faccia del giorno dopo è al presidio del centro equipaggi. Qui la critica ai sindacati è più «interna» che mai: sono le sigle che hanno tenuto la linea dura che, rifiutando il ruolo di capri espiatori, ora attaccano le organizzazioni che hanno «mollato». C’è persino un cestino, poggiato su un carrello bagagli, dove si distribuiscono stampati. Sono i moduli, spiega un cartello, per le «dimissioni Cisl, Uil, Ugl».