FLAUBERT Il trionfo e la disfatta

Esce «L’opera e il suo doppio», straordinaria raccolta di lettere che svela l’animo più segreto dello scrittore

Era capace di stare ore e giorni a distillare una frase, a scolpire la Parola dalla massa informe dell’immaginazione, a strappare al caos della stupidità l’ordine immutabile del genio: «Che io crepi come un cane piuttosto che affrettare di un secondo la mia frase che non è ancora matura», giurava, perché «Ci sono in me, letterariamente parlando, due tipi distinti: uno che è preso da clamori, dal lirismo, dai grandi voli d'aquila e da tutte le sonorità della frase e dai vertici dell'idea; l'altro che fruga e scava il vero quanto può, che ama far risaltare il fatto minuto con altrettanta potenza che quello grande, che vorrebbe far sentire quasi materialmente le cose che riproduce; quell’altro ama ridere e si compiace delle animalità dell’uomo».
Di Gustave Flaubert sappiamo tutto e, come accade per ogni genio, ignoriamo ogni cosa. Ripetiamo con lui «Madame Bovary sono io», ma capiamo meglio che cosa significhi se leggiamo che «bisogna che la realtà esterna entri in noi, tanto da farci quasi urlare, per poterla riprodurre bene», o quando racconta che, dopo aver passato giorni e giorni a scriver la scena di un incontro amoroso di Emma, per ore gli resta addosso l’eccitazione di una donna coperta dal sudore dell’amplesso: «Sono un uomo-penna. Sento attraverso di essa, per causa sua, in rapporto a essa, e molto più con essa».
L'opera e il suo doppio è la bellissima raccolta di lettere, che Fazi editore pubblica (pagg. 479, euro 29,50), curata da Franco Rella che ha pescato nell’oceano sterminato dell’epistolario di Flaubert, circa 3700 conosciute, chissà quante altre ignote o perdute, alcune che ogni tanto emergono dal silenzio. Ci sono le lettere indirizzate agli amici, quelle scritte alle sue donne, come Louise Colet, ma ciò che conta, più del destinatario, è l’opera che questo epistolario compone, la più misteriosa e la più veritiera di Flaubert, se è vero che il protagonista di questo romanzo infinito che lo accompagna dal 1831, quando aveva appena dieci anni, sì, proprio dieci anni, fino al 1880, agli ultimi giorni quando, sentendo già addosso il fiato puzzolente della morte, scrive a un alto immorale, Guy de Maupassant: «La settimana prossima portami la lista degli idioti che fanno recensioni sedicenti letterarie nei Fogli (...) M’immerdo in anticipo. Vomito di noia anticipatamente».
Un romanzo che è un’epopea, la lotta disperata, il trionfo e la disfatta dell’eroe, che è Flaubert stesso, contro i due grandi nemici della sua vita: la Parola, appunto, e la bête, la stupidità che è qualcosa ancora di più, è il morbo invincibile che infetta la civiltà moderna, la crassa, beota civiltà: «Essere bête, egoista e avere una buona salute, ecco le tre condizioni richieste per essere felici». Già nel 1841, ad appena vent’anni, all’amico Ernest Chevalier scriveva: «Tu maledirai la mia crassa pigrizia e il mio oblio completo. È che mi annoio, mi annoio, sono bête, stupido inerte. È che non ho l’energia necessaria per riempire tre carte di pagina. Da un mese che sono a Trouville non faccio assolutamente nulla se non mangiare, bere, dormire e fumare».
Appena cinque anni dopo, a un altro amico, Maxime Du Camp: «È strano come io sia nato con così poca fede nella felicità. Ho avuto giovanissimo un completo presentimento della vita. Era come un odore di cucina nauseabonda che sfugge da una fessura. Non c’è bisogno di averne mangiato per saper che fa vomitare». Oppure all’amata-odiata Louise Colet, l’anno dopo: «Sotto il mio involucro di giovinezza giace una singolare vecchiezza. Cos’è che mi ha fatto così vecchio appena uscito dalla culla, e così disgustato della felicità prima ancora di averla assaggiata? Tutto ciò che appartiene alla vita mi ripugna, tutto quello che mi afferra e mi rituffa in essa mi spaventa. Vorrei non essere mai nato o morire. Ho in me, al fondo di me, un embêtement radicale, intimo, acre, incessante che mi impedisce di gustare alcunché e che mi riempie l’anima tanto da farla crepare».
Ogni lettera di questo straordinario epistolario è il capitolo del romanzo di una vita apparentemente anonima, borghese nel senso peggiore del termine, al di là del viaggio in Oriente da cui poi nacquero, tra l’estasi della lussuria e l’eccitazione del misticismo, Le tentazioni di Sant'Antonio: «Stimo un forzato come me stesso, le vergini come le sgualdrine e i cani come gli uomini». Ma, nello stesso tempo, un’esistenza così esuberante di avventure del genio da richiedere chissà quante vite reali per poter reggerne l’intensità: «Ho piani di opere fino al termine della mia vita, e se qualche volta mi capitano momenti acri, che quasi mi fanno urlare di rabbia tanto avverto la mia impotenza, altri ce ne sono in cui a stento posso contenere la mia gioia. Qualcosa di profondo, di extravoluttuoso deborda da me in getti improvvisi come una eiaculazione dell’anima».
Un trionfo e una disfatta, quella di Flaubert. La disfatta, consapevole, nella lotta titanica e inutile, contro la bête: «Mi immergo nella perfezione (...) Ho il cuore pieno di una noia immensa», scriveva. E ancora: «Il borghese per me, per esempio, è qualcosa di infinito», che è l’epitaffio che tra qualche secolo un nuovo Tacito scriverà sulla lapide della civiltà occidentale.
Ma, alla fine, uno dei trionfi più grandi, quello del genio che, più di un secolo e mezzo dopo, non abbiamo ancora compreso fino in fondo, forse perché, come lui stesso sapeva: «Ho la malattia di essere nato con una lingua speciale di cui io solo ho la chiave». Una chiave che queste lettere ci aiutano a trovare, come forse nessun’altra sua opera può fare. Perché mai Flaubert aveva raccontato se stesso in quel doppio che è la sua opera.