Il Flauto magico e le complicazioni della critica

Una volta su Radiotre trasmisero la nona sinfonia di Gustav Mahler. Il giorno dopo mi telefonò un lettore. «Sa che cosa mi è successo? Non avevo mai capito la musica di Mahler, ieri ero tutto solo, in autostrada, e a un tratto una specie di bellezza dolorosa ha invaso la mia macchina. Era come se tutto si sciogliesse e si moltiplicasse insieme. Era Mahler! Non le dico la mia gioia. Cominciavo a capirlo alla grande. Poi due critici han cominciato a spiegarlo. E son tornato a non capirlo più».
Son solidale. Noi critici siamo spesso brutte bestie. È vero che è un mestiere difficile, il nostro, dare notizie e render conto di pensieri e di emozioni ed insinuare anche proposte di giudizi, ed in Italia su una materia di cui i lettori mal conoscono il linguaggio. Ma purtroppo il nostro andazzo è quello di lasciarci prendere dalla voglia di dire cose che c’entrano più con noi che non con la musica ascoltata e ne nasce un coacervo di collere e di passioni, di futilità erudite e di curiosità dispettose, assai difficile da dipanare.
Quest’anno, 250° dalla nascita di Mozart, sta facendo da test per la nostra categoria il suo Flauto magico. Opera scritta per un teatro popolare, favola dove si parla dell’armonia persa e riconquistata nell’universo con la stessa leggerezza d’un racconto di Apuleio o di una favola delle Mille e una notte. Cattolico e massone insieme, Mozart si serve dei percorsi iniziatici massonici come Collodi per Pinocchio si appoggia alla struttura del Vangelo. A Salzburg in questi giorni regia e scenografia stanno dalla parte pura della fiaba, nulla contraddice i significati profondi che non sono enunciati e nulla tenta di rendere esplicite le consonanze e le coincidenze con il mondo di oggi.
Ed ecco scattare la trappola delle tentazioni. C’è chi dice che, eh no, i simboli massonici vanno fatti proprio vedere; c’è chi pensa che invece sarebbe bene sviluppare solo il versante illuministico di Mozart, alla ricerca della pura ragione; e chi approfitta per insinuare che Mozart in fondo era estraneo alla storia del pensiero. Ci sarebbe stato molto più facile dargli allora dei consigli su come comportarsi, che non adesso cercare di accettarlo fino in fondo ed ogni volta metterci in gioco.
C’è anche Paolo Isotta, sul Corriere della Sera, che fra ironie ed allusioni e stoccatine che mi è arduo capire parte dal Flauto per dire di tutto. Con Isotta si può polemizzare, perché, anche se come vezzo dice di essere «il re dei cretini» imitando alla brava Celentano che ama dirsi «il re degli ignoranti», ha personalità e intelletto. Secondo lui l’esecuzione di Salzburg è bellissima, non come il canto di Elizabeth Schwarzkopf, morta due giorni fa, amata e gloriosa ma che deve venire perdonata da Dio per come cantava male; che lui credeva agli alti significati della favola mozartiana solo fino a pochi anni fa (ma scherza o dice sul serio?); che Riccardo Muti l’ha diretta come nessuno al mondo, ma non si capisce perché debba perdere tempo con quest’opera, quando potrebbe dirigerne altre altrove. Ad esempio, Idomeneo, che è tutta nobile o Il ratto dal Serraglio, per citare due Mozart, che non ha il torto d’essere così di moda e popolare. E poi, perché mai al Festival di Salzburg che avrà sì le migliori orchestre del mondo e i periodi più lunghi di prove, ma è così ingiustamente famoso. Uno legge e gli viene il capogiro, o forse il torcicollo. Di chi, con chi parliamo, noi della critica, e perché? Che cos’è successo, che è difficile alle volte capirsi anche fra noi, mentre Mozart lo capiscono tutti e ci chiedono solo di saperlo amare meglio?