Il flauto magico: una favola allegra diretta da Muti

Festival di Salisburgo: un eccellente allestimento del capolavoro di Mozart

Lorenzo Arruga

da Salisburgo

Passano i giorni e sopra i ponti ad arco di Salisburgo, quanto a folla, pare d’essere all’uscita della metropolitana. Trionfo del turismo musicale, e anche dell’ospitalità. C’è un buon umore arioso e un’onestà che fa onore alla civiltà austriaca. Il Festival Mozart continua con le sue produzioni, salutate da insistenti applausi anche quando viene da chiedersi perché.
Su Le Nozze di Figaro ad esempio incombe la griffe di Nikolaus Harnoncourt, il direttore che diede leggerezza nuova a Bach e adesso versa piombo su Mozart. Il regista Claus Guth, nel comico e nel serio gli tiene brevemente bordone e sulla brava compagnia di canto la pubblicità preme per tirar l’attenzione verso la bella del momento, Anna Netrebko, ricordando che cosa ci sarebbe sotto le vesti della camerierina Susanna. Su Lucio Silla coprodotto con il Teatro La Fenice aleggia la buona accoglienza per i teatri altrui. Viene reso cordiale onore a Monica Bacelli e agli altri cantanti e al direttore Tomás Netopil. Dissensi proprio al quieto ma caotico regista, Jürgen Flimm che dal prossimo anno dirigerà questo Festival.
È esploso fino dalle «anteprima» Il Flauto Magico. Che meraviglia, e quanta verità. La favola è allegra e incantata, ma tocca il mito dell’armonia perduta e ritrovata dell’universo. Riccardo Muti l’ha affrontata credendo nella crescita continua della scoperta d’ogni istante, costruendo un equilibrio e una continuità soggioganti, ma affidando a ogni interprete, in palcoscenico e in orchestra, la bellezza della libertà. Così la storia si è librata come una gioia, un colloquio, una nascita.
L’allestimento aveva le scene di Karel Appel, irripetibile esemplare di espressionista allegro, morto anziano pochi anni fa. Visioni infantili, con la nostalgia con cui le riviviamo. Montagne semoventi, per l’eroe che si perde al suo stesso apparire, dame tirolesi, pupazzoni dagli occhi accesi, animali, fiori che si aprono sensuali accoglienti come grandi letti, costumi disegnati da Jorge Jara come farebbe ciascuno di noi se fosse un bambino prodigio. Colori, colori, colori, epoche e spazi in libertà.
Pierre Audi, poeta della regia, si è accorto di dover lavorare non su un progetto scenografico rigoroso, ma su una spericolata creazione di immagini, e ha lavorato dando ordine e armonia. Di tutto ha approfittato per raccontare i personaggi. Così, Papageno, l’uomo-uccello campione di semplicità e simpatia, arriva su un’automobilina rosa e arancio; e tutto quel che trova cerca di caricarlo, confermando con il tono fai-da-te la personalità di Christian Gerhaher, di una timidezza irresistibile. Così, la Regina della Notte appare da sotto terra in uno scenario favolosamente fasullo, e gioca fino in fondo il suo potere di seduzione kitsch per irretire il principe Tamino a liberare sua figlia, ma poi si erge con una sovrumana crudeltà, fino al finale in cui rimane in scena a fare i conti con la propria sconfitta. È Diana Damrau, voce ricchissima e interprete di una forza impressionante.
Nella piena coerenza con la lettura di Muti, la regia crea momenti rivelatori. Per dirne uno: un punto misterioso dell’opera è quando Pamina, la figlia della Regina della Notte, sfuggita a Sarastro, di cui non conosciamo ancora carisma e saggezza, viene ripresa e riportata a lui in arrivo con il suo seguito solenne, e gli chiede in qualche modo perdono. Come far presagire che fra i due c’è un rapporto che ha a che fare con la nostalgia di paternità e con la missione di lei? Papageno, che accompagna Pamina, le chiede che cosa risponderà alle domande del creduto tiranno, e lei gli risponde, decisa: «La verità». Pierre Audi come per caso rende improvvisamente vuota una scena sempre agitata o affollata, mette lei al centro, mentre appare in fondo, poco più che una sagoma appena carezzata dalla luce, la figura rapida e imponente di Sarastro. Altro che predicozzi e scandalucci, la regia è questo.
Eccellenti tutti, coro dell’Opera di Vienna, Wiener Philharmoniker, Dame, Bambini. Si crede con affetto alla coppia predestinata quando canta e dice con convinzione e incanto come Paul Groves e Genia Kühmeier, ai sacerdoti del buon regno quando siano René Pape e Franz Grundheber. Si crede al poter credere, dopo un Flauto Magico così.