Flavio Oreglio, comico ma non troppo

Secondo appuntamento comico a «Idroscalo in festa 2009» con lo spettacolo di Flavio Oreglio - intitolato «Giù» - in cartellone domani all'Area Tribune (ore 21, ingresso libero, info 02-77402768). Accompagnato dalla band dei bresciani Luf, il cabarettista milanese (è di Peschiera Borromeo, al confine est della città) porta sul palcoscenico una carrellata di racconti e aforismi, per lo più tratti dal suo ultimo libro, edito da Bompiani, dal titolo disarmante All'appello mancano anche i presenti. Il libro chiude una trilogia - dedicata a scienza, religione e filosofia - cominciata con Siamo una massa di ignoranti, parliamone e proseguita con Non è stato facile cadere così in basso. Lo hanno definito «il comico che non scherza anche quando scherza», e in effetti è vero: in fondo alla battuta, e sotto lo sguardo di un paio di occhi di ghiaccio, Oreglio conserva sempre un retrogusto pungente. Le sue sono parole tutt'altro che in libertà, dedicate all'osservazione caustica e ironica del mondo, e non solo di casa nostra. Insomma, a Flavio Oreglio piace volare alto e, per chi pensasse di chiedergli perché su questi argomenti bisognerebbe dar retta a un attore comico, la sua risposta è già pronta: «Perché prima di un comico sono una persona, con ideali e idee su ciò che ci circonda. Le cose che dico fanno ridere, altre volte fanno arrabbiare - spiega -. Talvolta ho visto anche qualche spettatore alzarsi e andarsene, ma grazie al cielo è cosa rara. E poi per qualche tempo io ho accettato anche i tea-forum, i dibattiti dopo gli spettacoli: non ho mai temuto il contraddittorio, anzi mi piace l'idea di portare l'attenzione della gente su alcuni argomenti. Ecco, diciamo che mi sento un divulgatore». La collaborazione coi Luf risale a un paio di anni fa: «Con loro ho avuto un'intesa istantanea - spiega Oreglio -. Le canzoni che interpreto sono fatte a quattro mani con il loro fondatore, Dario Canossi, mio amico da vent'anni». Sul futuro del cabaret, invece, Flavio Oreglio è un po' pessimista: «A Milano era più facile per un giovane imporsi negli anni '80 e '90 - lamenta l'attore -. Oggi tutto è condizionato dalla tv, senza quella non ce la fai. Io? Ci capito poco: la tv è un mezzo fantastico, ma è chi la fa che non mi convince. Da Zelig in tv sono andato via perché, per me, quello non era più cabaret, è altra cosa, forse cafè chantant. È per questo motivo che sto dedicando parecchie energie a un progetto di contaminazione tra musica e teatro comico che si chiama “Musicomedians”: per recuperare lo spirito del cabaret delle origini, dei caffè d'inizio secolo. Il cabaret era un luogo, non un genere: era il luogo dove si era attori».