Flessibilità e lavoro: la lezione tedesca che sbugiarda Prodi

Livio Caputo

Sarebbe decisamente esagerato paragonare il successo dello Stato del Baden Wuerttenberg nel costringere i suoi 220.000 dipendenti a lavorare mezz’ora di più alla settimana senza aumento di retribuzione, al trionfo di Margaret Thatcher sul sindacato dei minatori, che vent’anni fa mise fine al predominio delle Trade Unions e avviò la liberalizzazione del mercato del lavoro in Gran Bretagna. Dal momento che l’accordo raggiunto mercoledì a Stoccarda, dopo uno sciopero durato due mesi, sarà esteso presto anche agli altri Laender, si tratta di un segnale molto importante che la Germania, al contrario della Francia e dell’Italia, ha iniziato seriamente la lotta per un recupero di produttività. Per la verità, accordi simili erano già stati conclusi in alcune grandi aziende private, ma è la prima volta che ciò avviene nel superprotetto settore pubblico, per giunta al termine di una agitazione monstre da cui il sindacato, per sua stessa ammissione, è uscito sconfitto.
Il Baden Wuerttenberg è da sempre governato dal centrodestra ed è il Land più ricco e progredito della Repubblica federale. Il suo successo nel persuadere i dipendenti non può perciò essere ascritto alla cancelliera Merkel e alla sua Grande coalizione; esso ha tuttavia dato immediatamente lo spunto alla componente liberista del governo per richiedere analoghe iniziative a livello nazionale, e per mettere mano a quelle riforme che la Cdu/Csu aveva proposto in campagna elettorale e che hanno dovuto essere messe in frigorifero per la opposizione del partner socialdemocratico. La prima dovrebbe essere una legge sull’impiego giovanile che prevede la possibilità di licenziamento senza giusta causa nei primi 24 mesi, pressoché identica a quella che sta sconvolgendo la vicina Francia. Questa svolta che si sta delineando nella più grande economia europea non può essere ignorata dagli italiani. Fino adesso, quando si indicava l’Italia come uno dei vagoni di coda dell’Unione europea, in costante perdita di competitività, potevamo puntare il dito su Berlino e rispondere che eravamo in buona compagnia. Ma ora che i tedeschi cominciano davvero a mettere la loro casa in ordine, noi non possiamo fare finta di niente. E se la strada del risanamento deve passare per il ridimensionamento di un sindacato incapace di guardare al di là del proprio naso, è suicida votare per un presidente del Consiglio, come Prodi, che ha praticamente sposato il programma della Cgil e sarà comunque soggetto, finché starà a Palazzo Chigi, al suo ricatto.
Tra le brutte notizie che ci sono piovute addosso in questi giorni una delle peggiori è senz’altro quella riguardante la produttività, aumentata in Italia solo di poche frazioni di punto a fronte di aumenti molto più consistenti anche dei nostri concorrenti meno agguerriti. Che piaccia o non piaccia, ciò significa che almeno una parte degli italiani ha lavorato troppo poco, o per la intollerabile frequenza degli scioperi, o per la rigidità nell’uso degli straordinari, o per la difficoltà di trasferire i lavoratori dai settori in difficoltà a quelli che tirano (vedi, come caso emblematico, quello dell’Alfa di Arese), o anche soltanto perché il posto sicuro può indurre talvolta a battere la fiacca. Ma che cosa succederebbe se, tanto per fare un esempio, il presidente Formigoni proponesse ai dipendenti della Regione Lombardia una soluzione simile a quella adottata nel Baden Wuerttenberg? L’Europa, ormai lo sanno tutti, è sotto assedio da parte dei «nuovi produttori», anche se fatica a trarne le conseguenze. Ma, oltre alla competizione con il resto del mondo, c’è quella all’interno dell’Unione, per noi ancora più pericolosa; e per sostenerla possiamo solo razionalizzare e liberalizzare, cioè tutto il contrario di quel che vuol fare la coalizione prodiana.
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