«La Flexicurity? Parliamone, ma il sistema italiano ha funzionato»

RomaLuigi Angeletti, segretario generale della Uil, si torna a parlare di modello danese. Sono circa 15 anni che la politica e la dottrina si occupano di flexicurity...
«Ed è uno dei temi sui quali torneremo a sbattere tra poco».
Perché?
«Fino ad oggi ha funzionato bene un regime doppio, un doppio mercato del lavoro. In alcune aziende le ristrutturazioni hanno seguito il modello classico. Il piano, la cassa integrazione, la mobilità e poi i prepensionamenti. O, comunque, soluzioni che permettono di tirare avanti fino a quando non c’è la possibilità di mandare in pensione i lavoratori in esubero».
E ha funzionato?
«Sì. Tutto dipende dall’impresa, se è disposta a farsi carico dei costi. E dalla vicinanza del lavoratore alla pensione».
Poi c’è l’altro regime, quello al quale non si applicano gli ammortizzatori.
«In altre situazioni non avviene questo proprio perché le aziende non sono disposte a pagare gli incentivi oppure perché non possono accedere alla Cassa integrazione. In particolare sono piccole aziende. In questi casi gli esuberi si trasformano direttamente in mobilità e licenziamenti. Quando si dice che il nostro mercato del lavoro ha due regimi, ci si riferisce all’entrata, ma l’esistenza di questi due regimi dimostra come sia più forte in uscita».
Ma negli ultimi anni, in coincidenza con la crisi, gli ammortizzatori sono stati allargati anche a chi non li aveva. È questa la strada da seguire?
«Abbiamo giustamente ampliato la cassa integrazione con quella in deroga, unica strada possibile per affrontare la crisi. Il tutto è stato fatto pensando che nel 2011 ci sarebbe stata la ripresa, tutte le previsioni lo indicavano e non c’era motivo per dubitarne. Poi però l’economia ha smesso di crescere, in Italia e nel resto del mondo».
Ma i nuovi (...)

(...) ammortizzatori decisi dal precedente governo hanno funzionato?
«Si, ci sono state attivate 500mila cassa integrazione, che hanno coinvolto 1,6 milioni di persone. E una parte di questi, checché se ne dica, è stata riassorbita. Ora però stiamo ricadendo nella recessione».
E questo complica un eventuale passaggio ad un mercato del lavoro e un sistema di assistenza nordico?
«Il problema è più generale. Lo schema nordico parte dal presupposto che, una volta finite le ristrutturazioni, si riassumano quelle stesse persone che sono state allontanate, magari in settori diversi, dopo un periodo di formazione e riqualificazione. Il nostro si è sempre basato sul presupposto che il posto di lavoro viene perso e che lo Stato fornisce un aiuto per raggiungere la pensione. Difficile, almeno nel breve termine, pensare a cambiamenti radicali».
Quindi la crisi economica e il mercato del lavoro stagnante non aiutano. Ma la riforma delle pensioni non rende difficile anche mantenere anche il vecchio sistema?
«Certo, allontana l’età del ritiro e quindi i costi che le imprese devono sostenere per accompagnare i dipendenti alla pensione».
Il vecchio modello non è più sostenibile, ma la flexicurity è applicabile al sistema italiano?
«Da un punto vista teorico io credo di sì, ma solo nel centro e nel nord del Paese. Dove cioè si può realisticamente immaginare che, in presenza di ripresa, si possano creare nuove opportunità di lavoro. Dove, per collocare un lavoratore che esce da un azienda basta aiutarlo fornendogli le professionalità che servono in quel momento al sistema produttivo. Il problema è per quelle aree del Paese dove queste opportunità non ci sono».
Quindi il Sud?
«Si. In Italia quando si parla di mobilità bisognerebbe sempre ricordare che c’è quella da un posto di lavoro all’altro, ma conta soprattutto quella da un territorio a un altro. Questo è il principale limite non politico all’applicazione del modello danese. Quindi, quando si dice semplicemente facciamo una riforma degli ammortizzatori universale, si dice una cosa che può avere una logica e una coerenza nei libri, ma non possiamo dimenticare che la realtà è ben diversa».
Ha accennato agli ammortizzatori universali, cioè a un sussidio di disoccupazione per tutti. I sindacati italiani sono da sempre contrari. Quali sono i rischi? Pensa che possa diventare un incentivo a non lavorare?
«Tutto dipende dal tipo di indennità. Se si concedono con troppo facilità si rischia di non incentivare l’occupazione e abbandonare delle persone al loro destino, con un po’ di soldi in tasca».
Quindi preferisce il modello assicurativo, cioè un assegno pagato con i contributi degli stessi lavoratori, a un sussidio a carico della fiscalità generale?
«Solo assicurativo, per carità. Se si dovesse decidere l’alternativa, sussidio per tutti a carico dello Stato, sono pronto a scommetterci, la disoccupazione aumenterebbe da subito di due punti percentuali».
Quindi niente reddito minimo?
«Sarebbe una catastrofe per il bilancio dello Stato. Ma anche se si trovassero i soldi, sarebbe negativo per il mercato del lavoro. E questo vale per tutti. Altri in Europa se ne sono accorti prima di noi. Tra le famigerate riforme che hanno permesso alla Germania di affrontare senza troppi problemi la crisi, c’è anche la riduzione del periodo dell’indennità di disoccupazione».
Il modello nordico prevede anche maggiore flessibilità in uscita e in Italia questo significa articolo 18, ma voi sindacati siete contrari a toccarlo.
«Per noi non è una questione ideologica. E poi non c’entra nulla visto che riguarda licenziamenti individuali».
Ma se dovessero spuntare proposte del governo sui licenziamenti per motivi economici?
«Ho sempre detto che su questo tema si può discutere. Ma per questo non serve toccare l’articolo 18 e comunque tutti gli interventi devono essere decisi con le parti sociali».
Antonio Signorini