Il flop della Comencini: il dramma fa ridere...

<em>Quando la notte</em> accolto con sghignazzi e fischi. La regista adombra complotti e accusa i maschi: &quot;Parlo di maternità, non possono capire&quot;. Il cinema italiano rischia il naufragio

nostro inviato a Venezia

Era dalla Mostra del 2004 che un film italiano non veniva accolto così male dai giornalisti. Allora toccò a Ovunque sei di Michele Placido, quello con la prolungata esibizione del «ragguardevole membro» di Stefano Accorsi. Ieri è toccato a Quando la notte di Cristina Comencini, tratto dall’omonimo romanzo della stessa regista. Risatine di scherno, fischi, persino un «vergogna» pronunciato nel buio della sala. Dopo la delusione di Terraferma, pellicola a tesi di Emanuele Crialese applaudita dalle claque convocate alle proiezioni, la stecca del secondo italiano in concorso è una sorta di de profundis sulla nostra spedizione. Oggi tocca a L’ultimo terrestre, terzo lungometraggio in gara, firmato dall’esordiente Gian Alfonso Pacinotti (Gipi) di cui chi l’ha già visto dice un gran bene. Ma anche se potrà contendere a Scialla! di Francesco Bruni, il migliore film italiano visto finora, l’Osella per l’Opera prima, difficilmente riuscirà a salvarci dal naufragio in laguna. Verso il quale gli italiani hanno cominciato a scivolare già il primo giorno con il modesto Ruggine di Gaglianone. E dal quale non ci si è risollevati nemmeno con l’atteso Villaggio di cartone di Ermanno Olmi. Il ministro Galan rimarrà deluso: la Mostra del suo insediamento al Mibac non incoronerà un italiano. E in fondo non ce n’è alcun bisogno, nemmeno per favorire la riconferma di Müller. Il quale se la cava con un salomonico: «Deve vincere il film migliore».
Ieri, dunque, è stato il giorno di Cristina Comencini e del suo amore incompiuto tra Marina (Claudia Pandolfi), giovane e corrucciata mamma in vacanza a Macugnaga con bambino che non smette di piangere, e la tenebrosa guida alpina Manfred, un Filippo Timi con costante piega sopraccigliare (peraltro premiato con il Talent alla sua prima edizione). Il film regge fin quando batte le piste del thriller psicologico e i due si scrutano a distanza. Si sa, in montagna spesso piove, si sta in casa e il tempo scorre lento, soprattutto se si è soli. Annamaria Franzoni con la tragedia di Cogne, certe venature femministe sulla maternità (improbabile il marito che, per evitare che guasti, succhia il latte rifiutato dal neonato dal seno della moglie) e qualche banalità tra gli amanti disperati sono in agguato nella zoppicante sceneggiatura. Chissà perché i protagonisti non fanno mai le cose più elementari per due persone normali. Tipo allontanare gli sgabelli dagli armadi, constatato che il bimbo ha ripetutamente rischiato di precipitare salendoci. O attendere la luce del mattino per scendere a valle su crinali scoscesi se si è semiciechi e incidentalmente privi di lenti a contatto. Ma il peggio arriva quando Marina e Manfred si ritrovano alcuni anni più tardi. Ora lui è zoppo causa caduta nel crepaccio in quell’incosciente discesa. Ma, finalmente avvinto a lei nel pieno dell’amplesso, inciampa in un malizioso sottotesto quando le confida: non sono mai riuscito a dimenticarti, «con questa gamba». Nessuno della produzione aveva ravvisato il trabocchetto involontariamente comico, nel quale il film è sprofondato con entrambi i piedi. Per la Comencini, errori nella trasposizione dalla parola scritta del romanzo a quella pronunciata non ce ne sono: «Il mio è un film fatto di silenzi e di pochi dialoghi, che non sono trasferiti dal libro. In questi dialoghi prevalgono le emozioni. E le emozioni violente nei festival non sempre sono ben accolte». Il marito-produttore Riccardo Tozzi adombra persino un complotto o una claque alla rovescia. Alla quale, secondo la Comencini, paladina del movimento «Se non ora quando?», apparterrebbero soprattutto i maschi, allergici a confrontarsi con l’argomento maternità. «Con questo film ho violato un tabù», assicura, «parlando per la prima volta di maternità in modo non rassicurante». La polemica è destinata a rinfocolarsi anche all’uscita nelle sale, prevista a fine ottobre.
Secondo molti osservatori, Quando la notte non meritava il concorso. «Sui film italiani alla selezione non impongo davvero nulla. Ci sono stati voti a maggioranza», ha svelato ieri Müller. E c’è da credergli. Ma forse si sarebbe potuto promuovere Scialla!, anche se a quel punto in gara ci sarebbero state due opere prime. Un azzardo, certo: la spedizione italiana affidata a due esordienti. Però, magari una fotografia più realistica del nostro cinema attuale.