Il flop dei referendum: alle urne un romano su tre

La capitale al 37,4 Veltroni: «Un dato che fa riflettere» Cursi: «Vincono i valori»

Andrea Cuomo

Roma sopra la media nazionale, ma ben lontana dal quorum «cittadino» per convalidare i quattro referendum sulla fecondazione artificiale. Quindi anche la capitale, della quale gli esponenti di spicco del centrosinistra alla vigilia del voto vantavano la scarsa vocazione all’assenteismo elettorale, ha tradito le urne e il fronte del «Sì». Meno che altrove ma ha tradito. E a poco vale che il sindaco Veltroni ostenti soddisfazone prima ancora che sia resa nota la statistica definitiva sull’afflienza: «Non abbiamo i dati definitivi, ma su Roma siamo intorno al 37 per cento dell’affluenza alle urne e quindi abbiamo dati di molto al di sopra della media nazionale». Poi il sindaco è passato all’analisi: «Penso che ci sia ampia materia di riflessione - ha detto Veltroni - anche sull’utilizzo dello strumento referendario su questioni così complesse e legate ad aspetti etici. Non spetta a me fare riflessioni politiche, ma la mia è una riflessione sul fatto di sottoporre agli italiani quesiti su questioni così delicate.
Ma torniamo ai numeri. Che sono spietati, anche se premiano Roma tra le città che più si sono avvicinate al fatidico quorum. A Roma la percentuale dei votanti è stata del 37,4 per cento contro il 25,9 di media nazionale. In valore assoluto, su un totale di 2.178.166 aventi diritto al voto nella Capitale, hanno votato 815.237 elettori, 374.485 uomini e 440.752 donne. Nel resto della provincia la percentuale dei votanti è stata del 29,2 per cento, per una media provinciale del 34,8 per cento. Su un totale di 3.185.137 aventi diritto in tutta la provincia hanno votato 1.109.050 elettori, 513.909 uomini e 595.141 donne.
Tra le altre province del Lazio la più alta affluenza si è verificata a Rieti, dove si è attestata tra il 27,42 e il 27,45 per cento nelle varie schede. Il capoluogo ha registrato un’affluenza del 28,32 per cento, mentre sono stati i cittadini di Cantalupo in Sabina a conquistare la palma dei più attenti ai referendum con un percentuale di votanti pari al 39,96. È invece a Marcetelli che si registra la minore affluenza alle urne con una percentuale del 14,88. Al terzo posto si piazza Viterbo con un dato molto vicino a quello nazionale: il 25,56 per cento. A Latina affluenza al 21,42 per cento, appena superiore a quella della provincia di Frosinone, fanalino di coda della classifica della partecipazione al voto. In Ciociaria ci si è fermati al 20,54 per cento. Nel capoluogo hanno votato 9.201 elettori su 38mila, pari al 23,75 per cento.
Invalidati i referendum dall’assenteismo, poco contano i risultati dello scrutinio che anche nel Lazio, come nel resto del Paese, come è ovvio hanno visto prevalere nettamente i «Sì» che, quando erano state scrutinate 4.234 sezioni su 5.186 si assestavano al 91,2 per cento contro l’8,8 dei «No».
Di diverso tenore ovviamente le reazioni. Molto soddisfatti gli esponenti del fronte dell’astensione, assai trasversale. Il sottosegretario alla Salute Cesare Cursi, che ha seguito l’iter parlamentare alla Camera e al Senato della Legge 40 sulla procreazione medicalmente assistita, parla dei risultati del referendum come di una vittoria «del Partito dei Valori, della difesa della vita e della famiglia». «La sconfitta - sottolinea Cursi - è stata ancora più cocente e deve essere un avvertimento a quanti ritengono che i valori della vita e della famiglia possano essere merce di scambio ovvero riscontri ideologici». Della stessa idea Stefano De Lillo, consigliere regionale di Forza Italia: «Ha vinto la moderazione che ha rifiutato la riduzione della tutela della vita a semplice strumento di propaganda. Ha vinto il buon senso che ha suggerito alle coscienze di non stracciare con sciabolate referendarie un testo lungamente studiato e largamente condiviso, ha vinto una cultura nazionale che ha superato l’ondata distruttiva, armata proprio di referendum, degli anni ’70 e ’80, e non si vergogna più dei propri fondamenti».
Ma anche a sinistra qualcuno è contento. Ad esempio il vicesindaco Maria Pia Garavaglia, che però fa dei distinguo: «Il risultato del referendum dà ragione solo a chi ha proposta un’astensione attiva e seria. L’importante ora è analizzare non solo il dato referendario, ma soprattutto il comportamento tenuto dall’elettorato». Le fa eco Regino Brachetti, assessore regionale agli Affari istituzionali: «La scelta condivisa dalla larghissima maggioranza di non andare a votare per il referendum equivale a un chiaro segnale di maturità manifestato dall’elettorato».

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