Florez, ovazione da dieci minuti A Pesaro un Rossini d’altri tempi

Il tenore si è esibito all’Opera Festival con il «Guillaume Tell» e «La donna del Lago»

da Pesaro

Fossimo ancora ai tempi di Rossini, gli avrebbero staccato i cavalli dalla carrozza, e l’avrebbero condotto in trionfo, a braccia, fino all’albergo. Oggi si sono accontentati di battergli le mani, ma tutti a ritmo, per quasi 10 minuti. Come a dire che, nella sostanza, il trionfo di Juan Diego Florez - il tenore rossiniano più acclamato dell’opera contemporanea - non dev’essere stato troppo dissimile da quello dei suoi «colleghi» divi di 160 anni fa. Per l’attesissimo, unico concerto della star peruviana al Rossini Opera Festival di Pesaro, sabato sera, erano infatti giunti melomani da ben 35 Paesi del globo intero; la città rossiniana aveva dovuto allestire un maxischermo in piazza per consolare i 3mila fan rimasti fuori, a bocca asciutta; e la stampa internazionale aveva dovuto accontentarsi (e questo sì, che è stato uno choc degno d’altro tempi) di un solo biglietto per testata giornalistica. Risultato: deliri da gran premio di F1 e ovazioni da curva sud, da parte di spettatori competenti e cosmopoliti che sono come la creme de la creme, d’un pubblico già elitario di suo, come quello dei festival internazionali. Ma tutto questo si spiega facilmente: nell’arte del canto rossiniano, morto e sepolto per più di un secolo e ricondotto a fulgida gloria dai 30 anni dello straordinario Festival pesarese, Florez è oggi uno dei divi più amati. E non è finita: a Pesaro l’hanno impegnato nel Rossini meno ovvio e pre-romantico, quello de La donna del lago e soprattutto del Guillaume Tell dal quale il Nostro preferisce ancora tenersi lontano. Così, al gusto della consacrazione «in casa», s’è aggiunto quello della inedita sfida; e tutti attendevano il divino Juan al varco del celeberrimo «do di petto» dell’aria «Avile hereditaire»: quello coniato nell’800 per primo dal tenore Duprez, e da allora in poi il discrimine che distingue un tenore-divo da un tenore e basta. Coadiuvato dal soprano Julia Lezhneva, sostenuto dal direttore d’orchestra Alberto Zedda, Florez ha dispiegato per due ore il suo canto di scintille e di velluto, terso, lucente, acrobatico. Fino a sfoderare il fatidico «do». E a questo punto - consentite anche a noi di concludere come avrebbero fatto ai tempi di Rossini - «se n’è venuto giù il teatro».