La flotta turca verso Gaza aiuta l’Iran

Stavolta Israele ha proprio diritto di dire «mamma li turchi». Dieci vascelli turchi vogliono raggiungere la settimana prossima la costa di Gaza per portare quello che essi chiamano aiuto umanitario. In realtà, portano un gesto di solidarietà e legittimazione a Hamas, che domina Gaza con violenza integralista nei confronti della propria gente e di Israele, che ha giurato di distruggere. A Gaza chiamano il prossimo avvento della flottiglia «l’Intifada delle navi». La Turchia è l’unico Paese che assiste l’organizzazione delle navi. La prepara la Ihh (Fondazione di Soccorso umanitario turco): il premier Recep Tayyp Erdogan ha incontrato gli organizzatori e ha reso pubblico il suo «sostegno per rompere l’assedio di Gaza». Sulle navi viaggeranno membri del governo turco, artisti, giornalisti: tutto quello che serve a rendere la spedizione intoccabile.
Israele è in grave imbarazzo: fermare un così grande gruppo di navi richiederebbe una vera battaglia navale, e lo Stato ebraico non ne ha nessuna voglia. Nei porti israeliani ci si prepara di malavoglia, senza sapere bene che cosa si potrà fare oltre a incrociare nelle acque appartenenti al Paese, e intanto a Herzeliya, porto di pescherecci e di yacht, una contro flottiglia di volontari cerca di prepararsi alla meglio a prender il mare con striscioni che chiedano alle navi turche di ricordare chi sia Hamas, quanti attentati terroristici abbia compiuto, e perché Israele non può consentirle, come del resto anche gli egiziani, libero movimento. Ha provato a dirlo all’ambasciatore turco il vicedirettore generale del settore Europa del ministero degli Esteri Naor Gilad, pregandolo di smetterla con le violazioni della legge israeliana e di chiedere ai cittadini turchi di non imbarcarsi. Ma le cose procedono. Nessun sostegno umanitario è mai stato offerto dalle stesse organizzazioni che oggi partono verso Gaza alla popolazione di Sderot o di Ashkelon, bombardate per anni dai missili kassam provenienti dalla Striscia, né si sono mai occupati degli uomini di Fatah cacciati da Gaza con le loro famiglie o uccisi sul posto, e tantomeno dei cristiani perseguitati e uccisi in loco. Ma la Turchia ha ormai preso una deriva islamista che la rende un partner naturale per Hamas, e questo risulta inquietante nel momento in cui il mondo dovrebbe fidarsene dopo che, assieme al Brasile, ha contratto con l’Iran un accordo per il trasferimento a casa sua di quasi una tonnellata e mezzo di uranio arricchito al 3,5% scavalcando le decisioni dell’Aiea e del Consiglio di Sicurezza.
Ma perché la Turchia ormai dal giorno in cui Erdogan a Davos attaccò Shimon Peres ha messo in piedi un’escalation di azioni antisraeliane fino a sostenere Hamas in molte circostanze? La risposta sta nelle frequenti visite a Teheran e a Damasco che collocano Erdogan su un asse opposto a quello moderato che sotto l’ala degli Stati Uniti conta fra i suoi l’Egitto e l’Arabia Saudita, antagonisti rispetto al processo di iranizzazione del Medio Oriente, e ha avuto uno sviluppo nella recente visita strategica di Dimitry Medvedev.
Il presidente russo nei giorni scorsi ha visitato sia la Siria sia la Turchia tenendo anche colloqui sulla costruzione di reattori nucleari. L’incontro con la Siria e con la Turchia, amici dell’Iran, avviene in un momento in cui l’Amministrazione americana punta le sue carte sul Medio Oriente moderato, e sul depotenziamento dell’asse filo iraniano. La Siria è stata molto corteggiata a questo scopo, e il processo di pace fra Israele e i palestinesi, in cui Obama tanto si impegna con i colloqui gestiti da George Mitchell, può avere qualche chance soltanto se Hamas non mette in crisi la gestione di Abu Mazen. Obama è nemico di Hamas, la sua legittimazione ne danneggia il disegno mediorientale. Ma ecco che avanza un asse strategico diverso, che vuol promuovere Hamas e proporre tutta un’altra linea mediorientale: fa capo a Medvedev che ha recentemente ospitato a Mosca Khaled Mashal, e anche ai suoi nuovi alleati Assad di Siria ed Erdogan. È una questione di egemonia contrapposta all’America.