La flottiglia pro Palestina bloccata dai «compagni»

Sognano di liberare Gaza, ma non riescono neppure a lasciar la Grecia. È il mesto destino di «Freedom Flotilla 2», l’happening marino dell’anti sionismo internazionale benedetto dai nomi più illustri della sinistra nostrana. Con adesioni che vanno dal vignettista Vauro alla cattolicissima Rosy Bindi, dal neoeletto sindaco di Napoli De Magistris a Sabina Guzzanti.
Tutti allegramente insieme, tutti pronti a a salutare - come riporta il sito italiano di Freedom Flotilla, l’ottantina di audaci imbarcati sulla «Stefano Chiarini», la nave - intitolata allo scomparso giornalista del Manifesto - su cui viaggiano i militanti anti israeliani italiani e olandesi. La compagnia è ovviamente delle più variegate. Gli «onorevoli» nomi di sostenitori come Rosy Bindi, Vittorio Agnoletto, Luigi De Magistris, Leoluca Orlando, Vincenzo Vita, Marco Rizzo, Gianni Vattimo, Nichi Vendola e Paolo Ferrero si mescolano a quelli di partecipanti come Hamoud Tareq, ovvero il genero di Khaled Meshaal, capo supremo di Hamas. Ma per scovare amicizie pericolose non occorre andare così lontano. Tra i partecipanti nostrani - oltre ai più agguerriti centri sociali – si conta infatti anche l’Abssp, la onlus italiana legata a doppio filo a Hamas. Il sogno dei militanti più duri e puri di Freedom Flotilla 2 è ovviamente rinverdire i fasti del 31 maggio 2010. Allora i militanti dell’Ihh, un’associazione fondamentalista di Istanbul legata a Hamas e sospettata di collegamenti con il terrorismo internazionale, scatenò i propri militanti armati di coltelli e spranghe contro le teste di cuoio israeliane scese sulla Mavi Marmaris, il vascello turco capofila della Freedom Flotilla prima versione.
L’impresa si concluse con la morte di nove «pseudo» pacifisti impallinati dagli israeliani e celebrati come «martiri» dai compagni di fede e avventura. Alla vigilia della partenza - prevista per domani - il sogno di un nuovo martirio per mano israeliana appare quanto mai remoto. Stavolta i veri nemici non sono più i soldati sionisti, ma le autorità turche e greche. A metter i bastoni tra le eliche della solidarietà filo palestinese ci stan pensando le autorità di due Paesi considerati, se non complici, almeno amici. Gli sprovveduti organizzatori della spedizione non avevano, in effetti, fatto i conti con le insidie della politica e i capovolgimenti della finanza internazionale. Insidie che spingono Recep Tayyip Erdogan a stringere accordi con l’America di Obama in cambio di un imminente ruolo di primo piano nei colloqui di pace tra israeliani e palestinesi. Capovolgimenti che spingono il premier greco Georgios Papandreu a moderare l’innata foga socialista per prestar attenzione a chi - da Israele - gli offre comodi appigli con le istituzioni finanziarie chiamate a salvarlo dalla bancarotta. E così ecco il disastro. S’inizia ad Istanbul dove le autorità annunciano che la Mavi Marmeris e i suoi militanti non lasceranno quest’anno le acque nazionali. Si continua, venerdì scorso, al Pireo dove la guardia costiera greca blocca «Audacity of Hope», la nave americana - battezzata come il libro di Obama - che tenta di guadagnar le acque internazionali. Subito dopo anche i militanti nostrani si ritrovano a far i conti con un mondo ostile. La «Stefano Chiarini», noleggiata in Togo, ha più di una carta non in regola e il capitano greco Petros si rifiuta di farla salpare senza il via libera delle proprie autorità. Così a Vauro e agli altri coordinatori imbarcati in cabina di regia non resta che intonare il peana del complotto internazionale.
«La Grecia ha venduto il suo corpo alle banche e la sua anima ad Israele e agli Stati Uniti» nota un addolorato articolo pubblicato sul sito di Freedom Flotilla e ripreso dal Manifesto. Ma più del tradimento greco e turco brucia l’indifferenza del proprio mondo. A fronte di tante firme celebri e nobili sorrisi, i coordinatori di Freedom Flotilla contavano di mettere insieme almeno 1500 militanti e una decina di navi. Alla vigilia della prevista partenza sono, invece, rimasti in meno di trecento. E di salpare manco se ne parla.