Il «fluido di Pagnotta» a Portovenere

Era nato a Genova intorno al 1890 Ernesto Massa, poi soprannominato Pagnotta. Chi, di tutti quelli che hanno vissuto in Porto Venere sino e dopo gli anni Cinquanta, non lo ricorda? Quella volta che un taroccatore si stava esibendo sulla Calata, Ciané, ebbe ad esclamare: «A Portivene, nesciùn mago ù pé venì a raccontane quarcosa e, poi, quele dù Pagnota, aù confronto, i leo facende serie». (A Porto Venere, nessun mago può venirci a raccontare qualcosa e, poi, quelle di Pagnotta, al confronto, erano cose serie).
Nel 1945 aveva perso una gamba, dilaniata dallo scoppio di una delle tante mine antiuomo posate durante la guerra dai tedeschi, nel mentre attraversava, forse incautamente, un campo nella località «Cavo». La terra gli aveva salvato la vita funzionando da emostatico sul moncone sanguinolento della gamba orribilmente maciullata che gli procurava atroci dolori. Non si era perso d'animo ed aveva trascorso un'intera notte in attesa dei soccorritori, i quali, quando lo raggiunsero, lo trovarono tanto vigile da riceverne preziosi consigli per il suo trasporto al Varignano e, da qui, all'ospedale della Spezia. Si dice che fosse stato un bravo bibliotecario e, pertanto, in grado di esprimersi in maniera adeguata, a volte forbita, usando i toni forti di una voce dal timbro secco e metallico.
Altrettanto sapeva usare la penna e, spesso, lo si vedeva girare in Porto Venere tenendo sotto il braccio una borsa a busta in cui conservava, oltre alle sigarette che contrabbandava, i suoi studi sulla magia, sull'aldilà e sul magnetismo, insomma, come venne etichettato in paese, sul «Fluido di Pagnotta». Camminava appoggiandosi sulle grucce pesantemente sostenute alle ascelle, il moncone dell'arto amputato dondolante, e con un portamento altero scrutava la gente con occhi da tiranno. Possedeva un fisico robusto, di statura media, la testa completamente calva che provvedeva a rasare accuratamente.
Esigeva essere chiamato «Maestro» e se qualcuno osava sbeffeggiarlo, era lesto a lanciargli contro la gruccia, alla guisa di un Enrico Toti, e ad ingiuriarlo con epiteti irripetibili.
In paese aveva trovato dei sodali che lo assecondavano e, fra questi, Bibi, aveva pensato, con perfida immaginazione, di far credere a Pagnotta dell'esistenza di un nemico mortale, lo spirito maligno de «Il Conte di Van Brek».
Non avrebbe potuto trovare terreno più fertile e, come vedremo più avanti, quello spirito divenne l'ossessione e un tormento dei più angosciosi per il povero Pagnotta.
Dormiva alla Spezia e, ogni mattina, saliva sulla corriera della «Sita» per raggiungere Porto Venere. Sia gli autisti che i bigliettai lo avevano nominato «viaggiatore socialmente utile» e lo gratificavano della corsa. Ma lui li ricambiava con molto di più di quanto ricevesse, nel momento in cui entrava in azione col «fluido».
Il capolinea era posto in piazza Bastreri, sotto la «Locanda Genio» e quando, nel pomeriggio, saliva in corriera per rientrare in città, accadeva che, dopo aver percorso pochi metri, l'autobus si fermasse improvvisamente. L'autista, un certo Montagnani, dal posto di guida fingendo sgomento, si rivolgeva a Massa pregandolo, reiteratamente, d'intervenire col fluido al fine di far ripartire la corriera. Con superba accondiscendenza aderiva alla richiesta ed entrava in azione per sfluidizzarne il motore. Iniziava a roteare vorticosamente le braccia tenendo le mani serrate a pugno mentre il viso gli diventava di color rosso rubino e dalla gola gli usciva uno strozzato: «par-ti... par-ti». Dopo alcuni tentativi senza successo, mentre Massa insisteva nel suo intento, l'autista, nell'istante in cui Pagnotta liberava il fluido aprendo, prostrato, il palmo delle mani, riaccendeva il motore fra i fragorosi applausi e gli sghignazzi dei viaggiatori e di quelli che circondavano la corriera per assistere a tale portento.
Solo allora si ricomponeva e, da severo Maestro, si degnava di salutare con un gesto della mano, quasi benedicente.
Quella sua grottesca alienante follia fu per il paese un lenimento ai dolori e alle miserie della guerra e, pertanto lì, il suo passaggio non è stato vano. Poi si rese conto di come la gente del borgo, che con lui era stata crudele, non lo meritasse e che, in Porto Venere, il suo tempo fosse scaduto. Continuò, con ammirevole ostinazione a tentare di diffondere il verbo, il fluido, in un bar della Spezia, nell'antica via Del Prione.
Non si conosce come e quando sia morto, ma, a Porto Venere, a volte, passando di notte per il caruggio buio e deserto, si avverte scorrere un brivido lungo la schiena.
Allora, qualcuno dice che sia il «Fluido di Pagnotta».