«Fly Butterfly» ritorna al Teatro Verdi

Viviana Persiani

Dopo la festa inaugurale della nuova stagione, il Teatro Verdi non poteva che aprire le porte alla platea milanese con un grande classico della sala di via Pastrengo, il cavallo di battaglia che, prodotto dalla compagnia di casa Teatro del Buratto, continua a riscuotere un sorprendente successo sia in Italia, sia all'estero. Con Fly Butterfly, spettacolo nato da un'idea di Stefano Monti, elaborata poi con Rocco D'Onghia, Jolanda Cappi e Franco Spadavecchia, sulla scena del Verdi torna il teatro di immagini e musica. È Stefano Monti a raccontare il segreto di questa messinscena che da ben 11 anni richiama una folta platea. «Numerosi riconoscimenti e premi hanno consolidato questo spettacolo che, nonostante i cambiamenti della società, il mutamento dei gusti, delle mode, è restato invariato sia dal punto di vista formale, sia da quello contenutistico».
Un record, quindi?
«Sfido chiunque a trovare, nel panorama teatrale italiano, uno spettacolo che ha la capacità di reggere per tutto questo tempo».
Qual è il tema della rappresentazione?
«Nella tematica trattata risiede la magia del lavoro; un tema universale, come la crescita di una bambina desiderosa di affrontare la vita e il mondo professionale, ha la caratteristica di rinnovarsi nel tempo, raccontando sempre qualcosa che non si logora con gli anni. Fly è una bambina capace di incantarsi e attorno a questa sua ingenuità si sviluppa la storia della sua iniziazione alla vita teatrale e parallelamente alla sua esistenza. Se nel primo tempo il personaggio è rappresentato da una bambola, poi un'attrice in carne ed ossa entra in scena, vestendo le ambizioni di questa bimba: il suo desiderio più grande è quello di interpretare su un vero palcoscenico la Madama Butterfly».
Quindi un percorso di crescita?
«Esattamente, di maturazione professionale e anche di una donna che si affaccia alla vita».
Quale è stata la sua operazione registica?
«Gestualità, suoni, musiche e oggetti, hanno una funzione determinante. Non essendo un teatro di parola lo spettacolo parla al pubblico attraverso a una serie di simboli, di astrazioni, di suggestioni, ispirate al teatro orientale. L'assenza della barriera linguistica, ad esempio, ha favorito il successo della messinscena anche all'estero».