Fmi, dalla crisi finanziaria perdite per 1.000 miliardi

Uno studio del Fondo fa la conta dei danni e invita le banche a ripulire i bilanci, anche a costo di ricapitalizzare. La Fed non esclude una fase di severa depressione

da Milano

Nessun dorma. Non più. Perché la crisi finanziaria ha già fatto seri danni, è ben lontana dall’aver esaurito i propri effetti devastanti e deve ancora presentare un conto salato, valutabile in quasi 1.000 miliardi di dollari. Chiama in causa un po’ tutti, dai governi alle banche centrali, dagli istituti di credito alle finanziarie, il Fondo monetario internazionale nel suo Global Financial Stability, pubblicato ieri.
Il documento lascia poco spazio all’ottimismo, individuando le maggiori aree di criticità tuttora presenti nel sistema finanziario, senza nascondere - come ha fatto Jamie Caruana, responsabile del rapporto - «il collettivo fallimento nel prevedere i rischi sui mercati». Una miopia generalizzata, abbinata a una tardiva lettura di quanto stava avvenendo, che ha perfino spuntato le armi della Federal Reserve, le cui azioni, «pur avendo aiutato a stabilizzare, non sono sufficienti in quanto lo choc derivato dalla crisi del mercato immobiliare Usa è destinata ad ampliarsi ed approfondirsi». Proprio la Fed, nelle minute della riunione del 18 marzo scorso, non esclude «una prolungata e severa fase di depressione economica». La scorsa settimana, per la prima volta, il presidente Bernanke aveva del resto paventato il rischio di una recessione.
Sottovalutato nella sua gravità, il bubbone subprime riserverà sorprese ben più amare di quelle finora quantificate nei 232 miliardi di svalutazioni annunciate da banche e broker. «La caduta dei prezzi immobiliari negli Usa e l'ammontare dei mutui non pagati potrebbe portare a perdite globali per 565 miliardi di dollari, con un deterioramento dei crediti di prima qualità», è la stima del Fmi. Non è finita. A questa cifra, vanno poi aggiunte le altre categorie di prestiti e titoli emessi negli Stati Uniti, legati al real estate commerciale: fanno altri 380 miliardi. In totale, 945 miliardi, un valore dieci volte superiore alla prima previsione sui danni da subprime formulata dalla Fed nell’estate scorsa.
Gli esperti di Washington hanno inoltre una certezza: questa fase di turbolenza non è legata a semplici problemi di carenza di liquidità, ma riflette «le profonde fragilità di bilancio e di capitale». Risultato: «I suoi effetti saranno molto più estesi, profondi e protratti». Ma da parte del Fondo non c’è una semplice presa d’atto della delicatezza della situazione. Lo studio individua zone di intervento, suggerisce rimedi da adottare in prima battuta per circoscrivere la crisi, altri ne dispensa per il medio termine.
L’obiettivo più immediato è quello di ricostituire la fiducia. Sotto questo profilo, il primo impulso deve partire da banche e istituzioni finanziarie: a loro il compito di portare a galla tutte le perdite dando vita a un’operazione di trasparenza, anche a costo di dover ricapitalizzare pur in presenza di costi più alti.
Un maggior ruolo di controllo deve inoltre essere esercitato dalle banche centrali, cui dovrebbe essere consentita la possibilità «di accedere alle informazioni dei singoli istituti in modo da poter giudicare indipendentemente lo stato di salute delle controparti». «Le banche centrali e le altre autorità di vigilanza - prosegue il rapporto - potrebbero trarre beneficio da rapporti più stretti e da una migliore condivisione delle informazioni in modo da poter prevedere meglio possibili problemi di liquidità e di solvibilità». Il documento non contiene comunque alcun riferimento al recente piano di riforma degli organismi di controllo Usa, annunciato nei giorni scorsi dal segretario al Tesoro, Paulson, il cui perno è costituito dall’attribuzione di maggiori poteri alla Fed.
La crisi non deve comunque portare, a giudizio del Fmi, a un eccesso di regolamentazione, il cui rischio sarebbe quello di «esacerbare gli attuali effetti dell’attuale compressione del credito».