Fmi: con il crollo dei mutui Usa bruciati 200 miliardi di dollari

da Milano

All’inizio di agosto, con il deflagrare della crisi dei mutui subprime, la Federal Reserve stimava fra i 50 e i 100 miliardi di dollari i danni provocati dal settore dei prestiti a rischio di insolvenza. Un mese e mezzo dopo, i calcoli del Fondo monetario internazionale danno invece una misura ancor più drammatica del fenomeno: 200 miliardi di dollari di perdite accumulate dal mercato finanziario dal febbraio scorso, 170 dei quali attribuibili al solo comparto subprime sulla base di un calo annuo dei prezzi degli immobili Usa del 5% e di un aumento delle insolvenze pari al 35%. Una situazione assai critica, contrastata finora efficacemente - secondo il giudizio del Fmi - dalla Federal Reserve e della Bce, che ha tra l’altro portato alla progressiva rivalutazione dell’euro, protagonista anche ieri di un ennesimo record a 1,4130 dollari.
È nel Financial stability report che gli esperti del Fondo concentrano il focus sui temi più caldi dell’estate e - forse - anche del prossimo autunno, dando la netta impressione di quanto la situazione sia ancora ben lontana dall’aver trovato una sua stabilizzazione. Rispetto alle previsioni più pessimistiche circolate in precedenza, l’ammontare dei danni stimato da Washington è superiore di circa 30 miliardi di dollari, pur restando un’indicazione approssimativa, dal momento che «i timori su liquidità e incertezza dei mercati potrebbero aver spinto ancora più in basso i titoli». Le ripetute iniezioni di liquidità da parte degli istituti centrali per normalizzare il settore del credito non hanno finora dato grossi risultati, e le condizioni «potrebbero non tornare normali a breve».
L’invito del rapporto è quello di non sottostimare le ricadute sull’economia derivanti dalla crisi dei mutui, perché si tratta «di un processo destinato a protrarsi nel tempo»; anche se «la crescita mondiale resta solida», dall’altra i rischi al ribasso «sono aumentati e, anche se non si materializzano, le ripercussioni potrebbero essere significative e di ampia portata». Se il giudizio sulla Fed e sulla Bce è ampiamente positivo per la reattività mostrata nei momenti più caldi, il Fondo chiede ora alle due banche centrali di non dimenticare in futuro «il tema dell’inflazione e del costante monitoraggio dei dati macroeconomici». Una sottolineatura perfino pleonastica per l’Eurotower, dove la stabilità dei prezzi resta la stella polare; per il numero uno della Fed, Ben Bernanke, le spinte inlazionistiche rischiano invece di passare in secondo piano di fronte ai problemi di un’economia in rallentamento. «Se dovesse rendersi necessaria una nuova correzione dei tassi, sia in un verso sia in un altro - ha comunque spiegato ieri il presidente della Fed di Dallas, Richard Fisher - per restare sulla strada di una crescita nel tempo sostenibile e non inflativa, la vareremo».
Il Fondo sottolinea infine la necessità di intervenire su una serie di settori. «È presto per dare conclusioni definitive - si legge nel rapporto - ma è comunque chiaro che alcune aree hanno bisogno di attenzione e di intervento». In primo luogo - sottolineano gli esperti di Washington - è necessario aumentare il livello di informazione e di maggiore trasparenza; secondo, bisogna capire come le cartolarizzazioni abbiamo influito sulla situazione; terzo, c'è bisogno di esaminare il rischio dei prodotti derivati e strutturali nonché il ruolo delle agenzie di rating. Infine, la valutazione dei prodotti in un mercato con una liquidità insufficiente.