Fmi e Ocse, due schiaffi al governo: "Troppe tasse soffocano la crescita"

I due principali istituti economici puntano il dito contro le scelte di Palazzo Chigi: spesa pubblica fuori controllo, il Pil dei prossimi due anni sarà tra l’1,3 e l’1,7%

Milano - Il primo schiaffo arriva dal Fondo monetario internazionale: l’azione di risanamento dei conti pubblici italiani ha subìto un rallentamento, nonostante l’opportunità offerta dal maggior gettito fiscale. E ora si pongono i problemi di una crescita economica inferiore rispetto alla media europea. Il secondo, è rifilato dall’Ocse: l’aumento della pressione fiscale è stato in Italia il maggiore tra i 14 Paesi presi in esame dall’Organizzazione parigina. Insomma, due brutti voti in pagella rimediati dalla coppia dei principali organismi internazionali, caratterizzati dall’assenza di coloriture politiche e perciò al di sopra di ogni sospetto.

Un giudizio super partes, quello contenuto nel World Economic Outlook del Fmi diffuso ieri, perfettamente in linea con i rilievi già espressi nei giorni scorsi dal numero uno della Banca centrale europea, Jean-Claude Trichet, poi dal governatore di Bankitalia, Mario Draghi, e infine dallo stesso direttore del Fondo, Rodrigo de Rato. L’Italia, dicono nella sostanza gli esperti di Washington, si è lasciata sfuggire l’occasione di avviare un drastico risanamento finanziario - necessario per far fronte all’invecchiamento della popolazione - non incidendo col bisturi sull’ipertrofia della spesa pubblica. Di fatto, siamo usciti dal percorso virtuoso intrapreso nel 2006, quando la forte ripresa congiunturale era stata messa al servizio del consolidamento fiscale, seppur con l’utilizzo di misure una tantum decisamente meno gradite di quelle strutturali.

Il rischio è il mancato rispetto del Patto di stabilità, in base al quale i Paesi appesantiti da grossi deficit devono procedere con aggiustamenti di almeno mezzo punto percentuale all’anno. Secondo il Fmi, è «molto improbabile» il raggiungimento di questo obiettivo, dal momento che il governo italiano «ha ridotto il suo piano di aggiustamento fiscale per il 2007-2008 nonostante un aumento significativamente superiore alle attese delle entrate». Le stime di Washington collocano il rapporto disavanzo-Pil per quest’anno al 2,1%, ma la percentuale salirà al 2,3% l’anno prossimo, un valore superiore al 2,2% previsto in settembre nella nota di aggiornamento al Dpef.

Il traguardo del pareggio di bilancio tenderà inoltre ad allontanarsi anche a causa del minor passo di sviluppo della penisola: a fronte di un’espansione media prevista per Eurolandia del 2% per il biennio 2007-2008, l’Italia non dovrebbe andar oltre un più modesto 1,7% quest’anno e un ancor più mediocre 1,3% il prossimo. Due previsioni riviste in peggio dal Fondo rispetto a quelle formulate in luglio. È evidente che una minor crescita può impattare sull’occupazione, irrigidendo quel mercato del lavoro in cui - secondo il Fmi - la legge Biagi ha contribuito ad «accrescere la flessibilità e il contenimento dei costi salariali».

Non più benevolo si presenta il quadro dipinto dall’Ocse. Nel 2006 l’Italia ha vestito la maglia nera della pressione fiscale, balzata di 1,7 punti, dal 41 al 42,7% in rapporto al Pil. Oltre al nostro, solo altri due Paesi hanno inasprito il carico di oltre un punto percentuale: la Corea del Sud e l’Irlanda.